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Luceres et Lupercales (un excursus sulle origini di Roma e la mitologia del lupo)

inserito da Dante Goffetti

(“I primi tempi di Roma non hanno mai smesso di essere ripensati, fin dal momento stesso in cui sono stati.” Pierre Grimal)

Quasi per caso

Questo viaggio a ritroso nel tempo, nella storia dei primordi di Roma, cominciò quasi per caso (ammesso che il caso esista e che non si tratti di coincidenze le cui determinanti sono abbastanza remote –nel tempo e nello spazio- per non esserne consapevoli).

Un sabato pomeriggio, come tanti altri negli ultimi anni, ero passato nella biblioteca del paese in fondo alla via principale del mio quartiere, in direzione opposta alla città. Non avendo in quel momento un preciso percorso di lettura da seguire, mi ero fermato davanti allo scaffale delle novità per vedere se per caso ci fosse qualcosa che potesse stimolare la mia curiosità e appagare la mia voglia di buone letture.

La mia attenzione fu attratta da un libro dal titolo “Impero. Viaggio nell’impero di Roma seguendo una moneta”. i Pensai che mio figlio, in prima liceo, stava studiando la storia di Roma e che, magari, sarebbe stato invogliato a leggerlo per farsi un’idea più concreta di come si vivesse all’epoca dell’impero (nello specifico al tempo di Traiano, quando furono conseguiti la “massima estensione, prosperità, ricchezza e benessere e <<momento di grazia>>, mai più conosciuti nella storia romana”). Così presi in prestito il libro e lo portai a casa, con il risultato – scontato- che lo lessi io e non mio figlio.

"Presto!" di Dante Goffetti poeta mantovano

Presto! Un buco in cui nascondermi
di fronte all’avanzare della guerra
che divampa ormai ai bordi
della nostra amata terra!

Non ho più le forze per contrastare
la follia che dilaga, né ci sono
parole che possano fermare
il furore armato e cieco
degli eserciti dei potenti.

E allora, via! A nascondermi,
come un seme, in un buco
nel ventre della Madre Terra,
sperando di poter rifiorire
in una nuova primavera di pace.

Ma non c’è posto dove potrei
rintanarmi senza negarmi, perciò …
Presto! Una trincea in cui lottare
contro la barbarie incalzante,
per proteggere oggi i germogli
da cui potrà sbocciare domani
un mondo nuovo di fratelli,
di liberi ed eguali.

Dante Goffetti, Bergamo, 24 febbraio 2016

In memoria di Ruggero Iandolo, con affetto

Ruggero Iandolo, a Mantova per tutti semplicemente e solo Iandolo, non ricordo in quali circostanze l’avevamo conosciuto. Ma, quando cominciò il movimento studentesco, ce lo trovavamo sempre dappertutto. E, si sa come sono i compagni, sempre pronti a comprendere i problemi di tutti gli sfigati e a giustificarne i limiti, dovuti – secondo la vulgata socialista - alle condizioni sociali ecc. ecc. Iandolo aveva allora, credo 40-45 anni, ben portati, o meglio - come dicevamo noi- “conservati sotto spirito” perché beveva tutto quello che era possibile bere e poi ricominciava daccapo.

Fatto sta che una sera me lo ritrovai ad una festa a casa di compagni, appena fuori Mantova, in direzione Dosso del Corso. Siccome non mi fidavo – non sapevo da dove venisse e cosa facesse, se non che era un simpatico compagno di bevute per alcuni componenti del nascente movimento studentesco- ad un certo punto lo incastrai in una piccola stanza secondaria della casa e cominciai a fargli un interrogatorio stretto (per come ero capace di fare allora). “Beh - gli dissi – Iandolo hai un’età che puoi essere stato fascista o partigiano. E, siccome, nessuno dei nostri amici partigiani mi ha mai parlato di te, devo supporre che sei stato fascista.” In realtà bleffavo, perché non sapevo nulla di lui, ma ero preoccupato del fatto che girasse per le nostre case ascoltando i discorsi senza freni dei compagni. Vidi che incassava il colpo. Poi mi rispose: “Sì, compagno, è vero, ho fatto parte della Repubblica Sociale di Salò, ma ero stato reclutato forzatamente, pena la morte. Non ho ucciso nessun partigiano, né torturato e, appena ho potuto, sono scappato.” “Bene – gli risposi – hai fatto bene a dirmi la verità. Questo depone a tuo favore. Però ricordati, , ora comincia un’altra fase di lotta: tu puoi fare quello che vuoi, ma se vuoi stare dalla parte dei compagni, non devi fare la spia” La parola spia lo fece rabbrividire: “La spia mai!” Lo salutai e me ne andai. Nei giorni successivi mi premurai di informare i compagni più stretti su come stavano le cose.

La scelta del nome "Commissione Comunista Operaia" (CCO) (autunno 1976)

Come ho ricordato nel frammento di memoria “Nel Consiglio di Fabbrica della Belleli (1976-1980)” (pubblicato su questo sito), quando fui eletto delegato del Consiglio di Fabbrica nell’autunno 1976 “facevo parte allora di una piccola organizzazione di base costituita da lavoratori e da delegati sindacali e ci proponevamo di portare avanti quelli che, secondo noi, erano gli interessi immediati dei lavoratori inserendoli nella prospettiva della emancipazione storica come classe (la “Commissione Comunista Operaia”, CCO per noi e i nostri simpatizzanti).”

Anzi, per essere preciso, fondammo la CCO proprio nell’autunno del 1976. Allora eravamo appena in quattro ma, con l’andar del tempo, aumentammo pian piano di numero (sempre, per la verità, con piccoli numeri) man mano che aumentava la nostra notorietà e crescevano i consensi nei confronti delle nostre posizioni politiche tra i lavoratori delle fabbriche della zona industriale di Mantova e dei comuni vicini (di Porto Mantovano, in particolare).

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