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Blog di dante

In memoria di Ruggero Iandolo, con affetto

Ruggero Iandolo, a Mantova per tutti semplicemente e solo Iandolo, non ricordo in quali circostanze l’avevamo conosciuto. Ma, quando cominciò il movimento studentesco, ce lo trovavamo sempre dappertutto. E, si sa come sono i compagni, sempre pronti a comprendere i problemi di tutti gli sfigati e a giustificarne i limiti, dovuti – secondo la vulgata socialista - alle condizioni sociali ecc. ecc. Iandolo aveva allora, credo 40-45 anni, ben portati, o meglio - come dicevamo noi- “conservati sotto spirito” perché beveva tutto quello che era possibile bere e poi ricominciava daccapo.

Fatto sta che una sera me lo ritrovai ad una festa a casa di compagni, appena fuori Mantova, in direzione Dosso del Corso. Siccome non mi fidavo – non sapevo da dove venisse e cosa facesse, se non che era un simpatico compagno di bevute per alcuni componenti del nascente movimento studentesco- ad un certo punto lo incastrai in una piccola stanza secondaria della casa e cominciai a fargli un interrogatorio stretto (per come ero capace di fare allora). “Beh - gli dissi – Iandolo hai un’età che puoi essere stato fascista o partigiano. E, siccome, nessuno dei nostri amici partigiani mi ha mai parlato di te, devo supporre che sei stato fascista.” In realtà bleffavo, perché non sapevo nulla di lui, ma ero preoccupato del fatto che girasse per le nostre case ascoltando i discorsi senza freni dei compagni. Vidi che incassava il colpo. Poi mi rispose: “Sì, compagno, è vero, ho fatto parte della Repubblica Sociale di Salò, ma ero stato reclutato forzatamente, pena la morte. Non ho ucciso nessun partigiano, né torturato e, appena ho potuto, sono scappato.” “Bene – gli risposi – hai fatto bene a dirmi la verità. Questo depone a tuo favore. Però ricordati, , ora comincia un’altra fase di lotta: tu puoi fare quello che vuoi, ma se vuoi stare dalla parte dei compagni, non devi fare la spia” La parola spia lo fece rabbrividire: “La spia mai!” Lo salutai e me ne andai. Nei giorni successivi mi premurai di informare i compagni più stretti su come stavano le cose.

La scelta del nome "Commissione Comunista Operaia" (CCO) (autunno 1976)

Come ho ricordato nel frammento di memoria “Nel Consiglio di Fabbrica della Belleli (1976-1980)” (pubblicato su questo sito), quando fui eletto delegato del Consiglio di Fabbrica nell’autunno 1976 “facevo parte allora di una piccola organizzazione di base costituita da lavoratori e da delegati sindacali e ci proponevamo di portare avanti quelli che, secondo noi, erano gli interessi immediati dei lavoratori inserendoli nella prospettiva della emancipazione storica come classe (la “Commissione Comunista Operaia”, CCO per noi e i nostri simpatizzanti).”

Anzi, per essere preciso, fondammo la CCO proprio nell’autunno del 1976. Allora eravamo appena in quattro ma, con l’andar del tempo, aumentammo pian piano di numero (sempre, per la verità, con piccoli numeri) man mano che aumentava la nostra notorietà e crescevano i consensi nei confronti delle nostre posizioni politiche tra i lavoratori delle fabbriche della zona industriale di Mantova e dei comuni vicini (di Porto Mantovano, in particolare).

Sull’origine della religione. Appunti di un lettore marxista

Premessa

Nell’ottobre 1884 usciva a Zurigo il saggio “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato” di Friedrich Engels. Scriveva l’Autore nella prefazione: “I capitoli che seguono rappresentano, in certo qual modo, l’esecuzione di un lascito. Non altri che Karl Marx si era riservato il compito di esporre i risultati delle indagini di Morgani, connettendo i risultati della sua (posso dire nostra, entro certi limiti) indagine materialistica della storia, mettendo così in evidenza tutta la loro importanzaii. Morgan, infatti, aveva riscoperto a modo suo in America quella concezione materialistica della storia che quarant’anni prima era stata scoperta da Marx e che, nel raffronto tra barbarie e civiltà [N.d.R.: oggi si direbbe: civiltà primitive e civiltà contemporanea], l’aveva portato, nei punti principali, agli stessi risultati di Marx.”

Blocco delle merci alla Belleli, Industrie Meccaniche SpA, Mantova (1979)

Quella sera Franchini, il giovane,
tornava in bicicletta verso casa,
dopo un pomeriggio d’afa e zanzare
passato a pescare pesci in valle,
dietro la Montedison e le fabbriche.

Alzò lo sguardo, e gli occhi azzurri,
videro, forse per la prima volta,
le bandiere rosse della Fiom
issate sulle sbarre ferroviarie
e davanti i cancelli della Belleli.

Si fermò pensieroso, guardando
quegli uomini e giovani in tuta
e in abiti modesti da “impiegati”
intenti a bloccare i cancelli
perché i camion venuti dalla Scozia
non consegnassero le merci.

Disse allora il giovane Franchini:
“Che fate, lavoratori, qui davanti?
Pensate di fermare così i padroni?
Serve, sapete, qualcosa di più
grande: lotta armata, rivoluzione!”

Lo guardarono increduli gli operai
e risposero: “Tutto il giorno
sei stato a pesca nella valle,
mentre noi dal mattino faticavamo
a bloccare i crumiri e le merci.
Non volercene, giovane compagno,
ma lezioni da te non ne prendiamo.

Noi siamo la classe operaia,
che si fa strada verso il potere
guidata dal grande Partito Comunista,

di Gramsci, Togliatti, Longo, Berlinguer.”
Contrariato, s’acquetò il ribelle
e si congedò chiamandoci compagni,
e s’avviò in bicicletta verso casa.

Disse allora Pietro, fondatore
del Consiglio Operaio: “Suo fratello,
più vecchio, lavora nel sindacato,
lui era operaio, poi è stato
in galera ma non ha mai fatto
male alla gente: rubava ai ricchi
per non fare la vita dei poveri.”

“Che cos’è una rapina in banca,
di fronte alla fondazione d’una banca?”

Note.
Questa poesia è stata scritta il 13 febbraio 2005 sotto la suggestione di “Sirena Operaia. Un racconto in versi”, il poema in cui Alberto Bellocchio (Segretario Generale della CGIL della Lombardia dal 1978 al 1985) ha narrato, in forma epica, la sua versione dell’epopea delle lotte dei metalmeccanici nell’“autunno caldo” del 1969. A distanza di 7 anni, a fine aprile 2012, ho rimaneggiato il testo della poesia nell’intento di rendere più regolari i metri e più armonici i ritmi (ma non so se ci sono riuscito).

L’episodio narrato è reale mentre, ovviamente, il cognome del protagonista non è quello vero.

I due versi finali della poesia, in corsivo, sono una citazione tratta da “L’opera da 3 soldi”, atto III, scena 3, di Bertolt Brecht, rappresentata per la prima volta nel 1928 nel teatro Schiffbauerdamm di Berlino.

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