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La dodicesima notte

Nelle città francesi divampa la rivolta dei giovani figli e nipoti di immigrati

È la dodicesima notte che nelle banlieuses delle città francesi divampa la rivolta dei giovani figli e nipoti di immigrati. I commentatori di professione commentano, enunciando (per lo più) colossali sciocchezze sulla stampa e sui media, qui da noi Ballarò e Porta a Porta stanno preparando i loro compitini per la tivu deficiente (come dice nonna Ciampi), i benpensanti hanno (come al solito) tutt'altro a cui pensare, i casseurs esercitano di fatto le loro notturne critiche distruttive, i piccoli haider in camicia verde di casa nostra ringhiano imitando quello stronzo di Le Pen, Cofferati -da Bologna- richiama al rispetto della legalità, Celentano non sa se la rivolta francese sia rock o lenta, ma il vero bradipo è lui, chi ha buona memoria storica ricorda le black-panthers afro-islamiche di Malcom X, chi ha la memoria più corta balbetta i nomi di Bin Laden e di Al Zarkawi e snocciola le date dei peggiori disastri avvenuti nel pianeta occidentale dopo l'11 settembre, Jacques Le Goff dà dell'incompetente a Chirac, Marc Augé disserta sulla maglia numero dieci del cannoniere Zidane, Claude Levi-Strauss piange su Babbo Natale giustiziato, Robespierre ha perso la testa.

È la rivolta di un'Halloween islamica, ritmata su un riff de Les Noubians:

Mon peuple danse et chante/ Il exalte da joie / Loin de l'ignorance, il démontre sa foi/... Fils et filles, vous et moi/ prèts au combat... (Makeda). Allosanfant...

 

Conrad

Asino chi legge?

Rete[ i ] 180 in corteo per le strade del Festival

fonte notizia:
www.festivaletteratura.it/novita.php?cat=news&id=363

Un progetto itinerante per gli scrittori non pubblicati e per i lettori che non vogliono scrivere.

La sede della biblioteca comunale di MantovaRete 180
La voce di chi sente le voci

uno spazio che offre ai pazienti psichiatrici la possibilità di comunicare servendosi degli strumenti del mezzo radiofonico, ha scelto un asino per distinguersi a Festivaletteratura e farsi seguire nelle vie della città, in un progetto dedicato al lettore ideale e a chi si sente o vorrebbe essere scrittore.

Il dottor Giovanni Rossi e il dottor Enrico Baraldi, direttore artistico di Rete 180, invitano chiunque conservi un romanzo mai pubblicato o ignorato e chi, semplicemente, ama leggere, senza l'ambizione di scrivere libri, al provocante corteo condotto dall'asino.

Uomini e orsi

Uomini e orsi

Ferragosto a Compiano, sull'Appennino parmense, ma in questa terra ghibellina, come ci spiega uno storico del posto, ci si è sempre sentiti più vicini a Piacenza e a Cremona che alla città di Maria Luigia. E poi, dai monti spira sin qui l'aria salmastra di Liguria che frizza nel naso. Le tradizionali risorse del posto stavano nei boschi: funghi, castagne e certe bacche del mistero che servivano a farci l'inchiostro (e chissà quali altri intrugli). Gli uomini di qui ne riempivano brente da caricarsi sulle spalle e da portare a vendere in Francia. Rimanevano via per qualche mese e poi facevano ritorno alle loro case con la testa piena di grilli. Qualcuno os[ i ]ò spingersi più in là, verso l'Oriente, i Balcani, la Russia e viaggiò in compagnia degli zingari per le strade d'Europa, conducendo con sè bestie ammaestrate: cani, scimmie, cammelli, ma soprattutto orsi ballerini. Li chiamavano Orsanti. Di uno di questi mitici girovaghi Attilio Bertolucci, traducendo l'Ezra Pound imagista, ci ha tramandato uno splendido dagherrotipo senza tempo, virato color seppia, scattato in Provenza durante un acquazzone: Fu in cima alla strada che disse/ Ne avete visti altri dei nostri,/ con scimmie o orsi?/ Un tipo bruno, dritto,/ non come i meticci,/ sulla strada bagnata presso Clermont./ Il vento venne, e la pioggia,/ e la nebbia s'ispessì sugli alberi della valle,/ e io avevo dietro le lunghe strade,/ la grigia Arles e Beaucaire,/ e lui disse: Ne avete visti altri, dei nostri?/ Ne avevo visti tanti dei suoi/ sin da Rodhez,/ che scendevano dalla fiera/ di San Giovanni,/ con carozzoni, ma neppure un orso o una scimmia.

La mia Europa (seconda puntata)

Sogno berlinese.

Ormai di tutto ciò che ho visto, delle città e dei musei visitati quest'estate, non mi resta che un unico, impreciso, amalgama borgesiano. Sinapsi mentali soggettive, attivabili con un procedimento del quale mi sfugge completamente il programma. Una sorta di inconscia, delirante condensazione onirica rivissuta nello spazio effimero e virtuale che sto per percorrere assieme a voi (ma ci siete? chi siete? e, se ci siete, perchè non vi fate sentire?).
La prima immagine ad apparire è quella, sfocatissima, di un albero primordiale con frutti di colore rosso fuoco. Su ogni frutto sta scritto a chiare lettere un pensiero in lingue e alfabeti diversi: latino, ebraico, greco, persino arabo. I visitatori depongono ad uno ad uno, in un gesto di preghiera, i loro fruttipensieri sui rami di quest'albero che sta alla soglia di un Eden talmudico. L'albero è finto, niente più di un volgare arredo di scena: tronco di scorza sintetica, foglie di plastica verde, frutti piatti, a due dimensioni, ritagliati in paginette di quaderno. Le uniche verità sembrano consistere nelle parole scritte dagli uomini e dalle donne che entrano con fiducia in questo museo-labirinto dove ci si smarrisce, passando per infanzie berlinesi, nei regni incantati dei marchen e delle fate, nella casetta di Hans e Gretel a Steinhau, là dove s'acquatta la strega maligna, e poi giù, fino ai treni sferraglianti della deportazione, ai lager dello sterminio, e a quella prigione buia (e da dimenticare) dove Libeskind ci ha voluto concedere solo una lama di luce fatta filtrare da un'esile fessura.

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