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La guerra raccontata

Categorie: Libri e saggi |
Titolo:

Eppur bisogna andare. Soldati mantovani nella bufera della Seconda Guerra Mondiale

Autore:

Gilberto Cavicchioli

Casa editrice:

Postumia

ISBN:

s.i.

Pagine:

s.i.

Synopsis:

Sono un soldato che torna dalla prigionia con un paio di braghe legate con il fil di ferro e uno zaino con arrotolata una coperta, ma nessuno si ferma! Finalmente arriva un bambino con una bicicletta da uomo che guida alla traversa. Lo fermo e dico: “Ti dò un pacchetto di sigarette se vai ad avvisare i miei che sono arrivato”. “No, sior, ghe ne voio do!” “Se mi giuri che ci vai te ne dò tre” Glieli dò e parte. Arriva un altro in bicicletta che si ferma. Io penso: vorrà aiutarmi. “Sior, me vendela la cuerta?”. Dopo un po' è arrivato mio cugino con la cavallina e così finisce la mia guerra.

Table of contents:

Testimonianze di
Giulio Bartolozzi
Alido Besutti
Dante Bettoni
Tito Bettoni
Vittorio Bindelli
Alessandro Bladelli
Giorgio Bonaffini
Ildebrando Boni
Luigi Buttarelli
Giovannino Caianello
Franco Lanfredi
Natale Michelini
Francesco Montanari
Giovanni Montecchi
Gino Paoli
Paolo Posio
Vannozzo Posio
Diego Saccardi
Gaetano Tambara
Antonio Tellini

Recensione:

(Libro di testimonianze orali, di imminente pubblicazione, curato da Gilberto Cavicchioli. Quello che segue è il testo integrale della mia introduzione).

“Vado un po' a salti di memoria!” dice Dante Bettoni, classe 1920, parlando della sua campagna di Russia. Anche le altre diciannove testimonianze raccolte, scelte e pubblicate da Gilberto Cavicchioli in questo suo nuovo libro procedono in questo stesso modo, attraverso rivelazioni e silenzi, riattivando in uomini divenuti ormai anziani certi ricordi di gioventù e del tempo di guerra, esperienze compiute sui vari fronti ove furono mandati a combattere (e molti altri, troppi, a morire) durante il secondo conflitto mondiale.
La memoria, disse un autore spagnolo dell'età barocca, Juan d'Aranda, è “uno scrivano che vive dentro di noi”. Paolo Posio, classe 1921, nella sua lucida testimonianza fornita a Cavicchioli, ha dimostrato di avere una piena consapevolezza di questa elementare realtà. “So un sacco di cose da farci diversi libri”, ha infatti esclamato, rievocando con una certa enfasi la sua partecipazione alle azioni della Decima Mas comandata dal principe nero Iunio Valerio Borghese, una delle formazioni militari più irriducibili appartenenti all'esercito di Salò.
Cavicchioli, con la sua paziente disposizione all'ascolto, già da lui dimostrata in precedenti occasioni (1988 e 2002), ha offerto a un gruppo di anziani mantovani di varia estrazione sociale, politica e culturale l'opportunità di fare emergere lo “scrivano” che in loro era celato e ha dato modo alle loro voci di raccontare i frammenti più crudi e assurdi del “romanzo” della loro vita.
Questa volta è stata la guerra a fare da legame e da comune denominatore delle testimonianze raccolte nel libro. Come già nel 1988 per la militanza politica socialista e nel 2002 per l'appartenenza al popolare quartiere urbano di Fiera-Catena, l'identità dei testimoni interpellati da Cavicchioli è risultata marcata da un altro indicatore perfettamente riconoscibile e identificabile: l'avere combattuto al fronte.
Diversamente dalle due precedenti opere di “storia orale” dedicate ai Mantovani l'autore ha qui voluto affrontare però un tema più controverso e meno rassicurante. In questo suo nuovo lavoro Cavicchioli non ricompone infatti un quadro unitario e concorde, come erano stati invece quelli da lui stesso realizzati nei due libri precedenti.
Ciò che anima, complica e arricchisce al contempo questa nuova opera di Cavicchioli non è più la compatta fedeltà ad un particolare ideale politico, né tanto meno la gratificante adesione ad una identità comunitaria condivisa, quanto piuttosto la necessità di porre in evidenza una pluralità di esperienze belliche concrete e di mappare, in questo modo, le varie posizioni ideologiche e le contrastanti visioni del mondo e dell'umanità provate dalla generazione dei nostri padri negli anni difficili del secondo conflitto mondiale. Contrasti che furono perpetuati e che vennero persino acuiti nei lunghi decenni del dopoguerra e che forse solamente ora, con l'esaurirsi inevitabile della forza vitale dei loro diretti portatori, sembrano almeno un poco affievolirsi e assumere toni più distaccati e obiettivi.
Non è stato certo per caso che queste testimonianze sul tempo di guerra, raccolte anni or sono dalla viva voce di Mantovani, hanno potuto solo oggi essere pubblicate tutte assieme, senza bisogno di “distinguo”. Solo ieri, di fronte a una simile operazione, si sarebbe magari gridato allo scandalo. Sarebbe infatti parso inconcepibile vedere accostati, una pagina dopo l'altra, in successione serrata, i ricordi di un internato militare nel campo nazista di Belsen a quelli di un repubblichino che ha combattuto assieme ai Tedeschi contro i partigiani, né si sarebbe potuto ammettere di trovare in uno stesso libro delle descrizioni dell'immane tragedia della ritirata di Russia accanto a una sorta di epopea della “bella vita” dei sommergibilisti che andavano alla guerra con “spirito d'avventura” e che avevano a bordo ogni comfort: “cioccolato, burro, scatolame di tutti i tipi”.
Solo ora, dicevo, passata la soglia del Duemila, trascorsi ormai sessant'anni dalla fine di quella guerra, può esserci dato di ripensarla attraverso le parole dei suoi ultimi testimoni oculari. Tra non molto la memoria personale di questi sopravvissuti prenderà a vacillare, e -come la fiamma di una candela- si spegnerà per sempre. Essi saranno inghiottiti nel nulla, come i loro vecchi compagni d'armi, più sfortunati di loro, che a migliaia li avevano preceduti in giovanissima età, freddati più di sessant'anni orsono durante le battaglie campali in terra d'Africa, nelle steppe ghiacciate della Russia, o ridotti in prigionia, stremati dall'inedia provocata dalla fame e dalle malattie.
Ma perché ostinarsi a ricordare oggi una cosa così orribile come fu la guerra? Perché non voler cedere all'oblìo? Perché raccogliere e trasmettere ai posteri le memorie di uomini che hanno preso parte, armi in pugno, a questa immane carneficina?
Potremmo articolare un'infinità di risposte retoriche a questi interrogativi, ma nessuna di esse ci convincerebbe. Né la volontà di contribuire ad approfondire la conoscenza storica, né l'intento di esaltare certi atti di eroismo militare, né il pio desiderio di deplorare le orrende devastazioni causate dalla guerra, né lo scrupolo di ammaestrare le future generazioni sull'assoluta inutilità di tanta violenza e spreco di vite umane.
Non ci resta quindi che cercare ragioni più semplici ed elementari per motivare la realizzazione di quest'opera. Ricordare la guerra da parte di chi l'ha combattuta è un'esigenza che scaturisce, prima che dalla mente dei sopravvissuti, dalle reazioni provate dai loro corpi. Sono soprattutto le reazioni “corporee” che condizionano i ricordi (tristi e lieti) del tempo di guerra e che riempiono le pagine di questo libro. Si tratta di moti procurati da sensazioni primarie, di natura tattile e olfattiva: il dolore ancora bruciante di una ferita provocata da un'arma da fuoco, il nauseabondo odore (rimasto per sempre nelle narici) emanato dai corpi in putrefazione di militari e civili massacrati, la freddezza di una polenta rubata su una finestra, la durezza sotto i denti della carne dei cammelli.
E poi ci sono certe parole-spia, “parole maledette” che spesso affiorano, come erbe infestanti, nei testi orali raccolti da Cavicchioli e che purtroppo, ancora oggi, corrono di bocca in bocca. Parole come “negri”, razza, razzismo, pulizia etnica, antisemitismo. Parole che sessant'anni di distanza purtroppo non sono bastati a cancellare per sempre.

Viva la pace

Giancorrado Barozzi