Chi era il “Bernard” di “Un destino ridicolo”?
Nel suo fluviale commento alla mia sintetica ricostruzione della vicenda letteraria di “Un
occhio in due” su questo sito, Corrado Barozzi ricorda, tra l’altro, la figura di Alessandro
Gennari, suo “compagno di strada” (anarchico individualista) e compianto scrittore di romanzi,
prematuramente deceduto nel 2000 a soli 51 anni.
Dopo le poliedriche esperienze degli anni giovanili nei campi della musica, del cinema e della
poesia, alle soglie della maturità Gennari ha curato un’antologia di poesie (“Le poesie che amo”,
1998) ed ha pubblicato tre romanzi: “Le ragioni del sangue” (1995), che gli valse il Premio Bagutta
Opera Prima nel 1996; “Un destino ridicolo” (1996), firmato insieme con l’indimenticato poeta-
musicista Fabrizio De Andrè; e, da ultimo, “La mia seconda vita” (1999).
Uno dei personaggi chiave di “Un destino ridicolo” è Bernard, un anarchico che, dopo La
Resistenza, per non essere “né servo né padrone” aveva scelto la strada perigliosa dell’extra-
legalità. Ecco come Gennari racconta il suo incontro con Bernard:
“In città (n.d.r.: Mantova) i bar dove si giocava a scacchi erano due; nel primo, un antico caffè
del centro frequentato da anziani professionisti, Bernard trascorreva il pomeriggio osservando
le partite. (…) All’ora di cena si dirigeva verso la periferia e l’altro bar, gestito da una procace
signora quarantenne vistosamente truccata, sposata a un uomo vecchio e magro dall’aspetto
esangue. Qui c’erano solo tre scacchiere, praticate da giocatori d’incerto talento, e ai tavoli
sedevano compagnie di variegata umanità: gli abitanti del quartiere, per lo più anziani, i ladruncoli
e i malavitosi che scampavano di espedienti e infine un gruppo eterogeneo di ragazzi sotto i
trent’anni, uniti dalla propensione al gioco, allo scherzo e da una istintiva avversione per la “buona
società e per l’autorità costituita; e, ancora, commessi viaggiatori, impiegati, studenti universitari
esuberanti e curiosi. Preceduto dalla fama (n.d.r.: di essere “un eroe sconfitto”), Bernard fu
accolto fra loro come maestro di gioco e di vita. “ (pag. 102-103)
Io, invece, “Bernard” lo conobbi al Circolo Scacchistico Mantovano, che aveva sede in quegli anni
in uno degli ultimi piani della torre che s’erge all’angolo di via Fratelli Bandiera, in direzione del
Teatro Sociale. Il circolo era un crocevia di ritrovo di intellettuali democratici, di giovani –come si
diceva allora- “impegnati” e di vecchi comunisti non ortodossi, accomunati dalla passione per il
gioco degli scacchi in cui vedevano una delle più alte espressioni dell’intelligenza ludica dell’uomo.
Si chiamava Donzellini, non ricordo se avesse anche un nome, mi sembra che fosse solo e
semplicemente Donzellini per tutti. Su di lui, negli ambienti di sinistra circolavano molte storie
avventurose, in particolare quella che avesse partecipato all’assalto del carcere di Mantova in
cui erano stati liberati i prigionieri politici antifascisti negli ultimi giorni prima della Liberazione.
Soprattutto, non era come gli altri adulti: sembrava costantemente in attesa –e in cerca- di una
radicale palingenesi sociale e, perciò, esercitava un grande ascendente sul nostro ribellismo
giovanile.
Mi sono ricordato di Donzellini dopo tanti anni (quaranta?) grazie alla lettura di “Un destino
ridicolo” ed ho pensato di raccogliere, se ancora possibile a distanza di tanto tempo, qualche
testimonianza storica sulla sua figura. La prima che ho trovato è la seguente:
“Abbiamo sparato, davanti a Moreschi (n.d.r.: la cartoleria) sull’angolo di via Bacchio, ad un
sergente della Brigata Nera che si era molto distinti nella repressione. L’attentato l’ha fatto un
certo Donzellini: si sono sparati a vicenda e Donzellini è stato ferito al collo. L’hanno portato
all’ospedale, doveva essere processato ma è arrivata la Liberazione.”
(dal libro “Resistenza. Storie di giovani che si batterono per la nostra libertà, a cura di Gilberto
Cavicchioli, Edizioni Postumia, Mantova, 2008; intervista all’ex-partigiano -e scultore- Albano
Seguri, pag. 221)
Se qualcuno dei lettori è depositario di ricordi personali o testimonianze dirette o indirette su di
lui, gli sarei grato se volesse postarlo su questo sito per contribuire a onorare insieme la memoria
del partigiano Donzellini.
Dante Goffetti
Bergamo, 25 aprile 2011




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