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Sbadilon forever (dalla fiaba all'epos)

Caro Dante,
“L'epos non sta dietro la storia, ma la sorpassa, guarda al futuro, esprime i desideri e le aspettative popolari, come disse V.I. Lenin della fiaba. Il popolo è la forza motrice della storia e l'epos è una delle espressioni di questa forza”. Scrisse Vladimir Propp ne L'epos eroico russo. Erano i tempi grandemente infelici in cui nell'URSS (quando l'URSS c'era ancora) “regnava” incontrastato Josif Vissarionovic Dzugasvili, detto “er baffone”. In quegli anni anche i folkloristi più seri, come fu il nostro amatissimo Propp, dovettero (per amore o per forza, ma certo più che altro per via della seconda) inchinarsi davanti ai mustacchi del nuovo zar o alla barbetta caprina della mummia del Cremlino. Ma, a parte queste patetiche genuflessioni rituali, quello che ha affermato Propp a proposito dell'epos è in sostanza cosa vera, anzi verissima. Proprio così, caro mio: da che mondo è mondo, l'epos ha sempre anticipato la storia. E il tuo splendido testo epico su Sbadilone, che ci hai voluto regalare, ce ne ha offerto un'ulteriore, piena conferma. Cercherò ora di spiegare un po' meglio questa cosa che ho detto:
1 - l'epos di Sbadilone è assunto come il mito di fondazione di “una stirpe di sterratori”. (Qui alludo apertamente all' ultimo verso del tuo poema). L'epos è sempre un antefatto, mentre la storia (sia quella dei re che quella degli sterratori) accade solo dopo gli eventi già narrati nell'epos. La storia è una realtà postuma, mentre l'epos appartiene a una dimensione anteriore del tempo. L'epos è una realtà pre-storica, che sta prima dei fatti.
Tu hai perfettamente intuito questa semplice verità e hai saputo rivelarla con accenti poetici proprio sull'estremo confine della tua composizione “epica”, un attimo prima di prendere congedo dai lettori, come a volere indicare le radici mitiche della “storia” che in seguito accadrà (ma toccherà agli storici del futuro scriverla, questa storia, non più ai poeti).
2 - Il cambiamento di genere che tu, nel testo che ci hai mandato, hai osato realizzare (dalla fiaba all'epos) accresce poi in misura notevole la dignità poetica del vecchio racconto ispirato al tradizionale “meme fiabesco” di Sbadilòn. Questa metamorfosi di genere conferisce un inatteso spessore alla vicenda dell'eroe-sterratore, la depura dalle sue più banali incrostazioni fabulistiche (e quindi dai suoi caratteri più puerili e infantili), recupera appieno la dimensione mitica e letteraria del racconto del figlio dell'orso e lo riscatta dalla sua presunta “caduta” verso gli strati -reputati (certo a torto) “inferiori”- della comunicazione orale.
La tua operazione di ri-scrittura di Sbadilòn vale insomma come un riuscito “ri-scatto” in chiave letteraria di questa “fabula”, come una ri-valorizzazione consapevole del suo materiale fortemente poetico, ma ormai da (quasi) tutti considerato “decaduto” di rango e ritenuto perciò pressoché irrecuperabile in chiave letteraria. Il recupero che tu invece hai osato tentare ha trasformato la fiaba in un poema epico, l'ha fatta passare a un diverso livello di cultura, qui non c'entrano i giudizi di valore, si tratta di una pura constatazione antropologica. Sbadilone è passato nella sua migrazione (dall'oralità alla scrittura, dalla fiaba all'epos) dalle parole volatili pronunciate dalla viva voce di Alda Pezzini prima e di Berta Bassi poi a quelle più persistenti e immutabili affidate ad un testo d'autore, parole che tu -certamente non a caso- hai talora voluto ricalcare da celeberrimi versi di altri poeti (emblematica, al proposito, è la tua citazione di quella “selva oscura” presa a prestito -con letteraria perizia- dal Dante maggiore).
3 - Nel tuo rifacimento poetico il “meme” di Sbadilòn torna, in definitiva, ad un punto di partenza, recupera le sue origini epiche (Beowulf) e mitiche (Giovanni dell'Orso), e ci mostra la nascita di un nuovo, inaspettato, anello di questa immortale catena. Gli insoliti dettagli che tu hai inserito nella composizione sono la tua cifra stilistica e ne allargano infine a dismisura gli orizzonti. Non ci troviamo più insomma nel piccolo mondo arcinoto delle fiabe di magia narrate dalle nostre nonne, ma siamo giunti in un universo epico, ricco di mistero, un mondo affascinante e tremendo, dove tu ci hai voluto portare, dove la corda con la quale l'eroe scende sotto terra ha un'origine macabra, dove l'aquila che strazia le carni dell'eroe pare uscita dal mito classico di Prometeo, e dove le arcane figure dei tarocchi condizionano i gesti e le posture dei personaggi del racconto (alludo, come ben sai, all'immagine dell'impiccato capovolto). Tutto questo, e altro ancora, non è più fiaba, ma epos. Epos autentico. Non più i Grimm, ma Eliot. E dire che tutto questo nasce da una volgare “badila”...
Ma altri, in altre contrade e in altri tempi, videro in azione dei grandi badili come quello maneggiato con tanta perizia dal nostro eroe-viandante e seppero cantarli in poesia.
Ricordi Osip Mandel'stam?
Ammucchiano i portieri a badilate / la neve fresca nei quieti sobborghi. / Io, tra mugicchi dalle barbe folte, / passo, viandante a cui nessuno bada.
Nessuno, se non “er baffone” che lo esiliò in Siberia per il resto dei suoi giorni, solo perchè era un poeta!

Ancora un grazie per questo tuo regalo e un fraterno abbraccio
da parte di
Masasincsent

Giovanni Sbadilone

Epopea apocrifa di Giovanni Sbadilone Senzaterra

Giovanni Sbadilone Senzaterra,
figlio d'una madre un po' orsa
e d'un orso troppo umano
(un selvatico abitante dei boschi
intricati della primeva Padana)
lasciò la casa avita a sedici anni
in cerca di fortuna per il mondo.

Lungo il cammino, incontrò due compari,
Tagliaboschi, figlio d'un carbonaio,
e Darfino Ammazzacinquecento
(anch'egli di battesimo Giovanni)
coi quali s'inoltrò per una selva oscura.

Giunsero un giorno in una radura
lontana dai rintocchi di campane,
ove c'era una lapide di marmo
ch'era la porta dell'antro dell'Inferno.
Dentro quell'antro era prigioniera
la bella principessa figlia del re,
che ne piangeva tutto il regno.

Brandendo la badila come leva,
Sbadilone sollevò la dura lastra
e aprì un passaggio per entrare.
Calata una corda da impiccato,
rubata una notte al cimitero,
discese Sbadilone nella grotta
portando insieme la badila.

Nel buio fondo della fossa oscura,
s'accorse che non c'era da temere
altro che i fantasmi della mente.
Decise di restare nella Terra,
per rinascere più tardi a nuova vita,
e avvisò da sotto i suoi compagni.

S'appese alla corda per un piede
e tre giorni e tre notti restò appeso,
fin quando giunse un'aquila reale
a mordergli un tallone per la fame.

Trafitto dal dolore, si rianimò,
contò le ossa - e c'eran tutte-
aprì gli occhi e gli apparve la sua Fata,
che l'aiutò a spezzare il sortilegio.
Poi aggrappato all'aquila volò via,
con la principessa e la badila,
mentre la terra rifioriva tutta.

Condotta al re suo padre la principessa,
che gli donò l'anello per la sposa,
andò alla corte delle tre sorelle,
dove l'attendevano i compagni.
Ivi sposò la più giovane e bella
e fondò una stirpe di sterratori.

(meme variante del racconto orale del tipo Aarne Thompson 301,
dedicato a Berta Bassi Costantini, Giancorrado Barozzi e Mario Varini)

Dante Goffetti, Bergamo, 2 e 3 giugno 2005