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HRANT DINK E LE VERITA’ DI STATO

“Non lascerò mai la Turchia. Se lo facessi mi sembrerebbe di abbandonare la gente che in questo paese si batte per la democrazia. Vorrebbe dire tradirli. E io non lo farò mai”. Hrant Dink, da tempo ‘osservato speciale’ di Amnesty International e Reporter senza frontiere, era uno dei pochi armeni di Turchia e lì aveva deciso di restare, proprio perché era lì che la sua battaglia per i diritti umani e le libertà individuali aveva più senso. In quanto turco armeno, la sua battaglia coincideva infatti anche con la lotta per la verità sul massacro del suo popolo, vittima del primo genocidio del XX secolo, perpetrato dai turchi ottomani tra il 1915 e il 1916 e che costò la vita un milione e ottocentomila persone, fatte morire per lo più in estenuanti marce forzate attraverso i deserti di Siria e Mesopotamia
Ad assassinare Hrant Dink è stato un giovane affiliato a una organizzazione nazionalista di Trebisonda, la stessa città che a inizio 2006 ha fatto da scenario all’assassinio di don Santoro. A causa del suo impegno per fare riconoscere in Turchia e alla Turchia la verità storica del genocidio armeno, Hrant Dink aveva subito processi per aver violato l’articolo 301 del codice penale turco.
L’articolo punisce chi “critica” o “denigra” l’identità turca e tutte le istituzioni statali turche, limita quindi non solo la libertà di espressione (la distinzione tra “critica” e “denigrazione” è peraltro applicata arbitrariamente dai magistrati turchi, basti vedere i motivi dell’assurdo processo alla scrittrice Elif Shafak) ma soprattutto nega la ricerca della verità e della responsabilità storica: in base a questo articolo sono stati infatti processati molti intellettuali turchi, tra i quali Ohran Pamuk, colpevoli di avere anche solo alluso alla responsabilità civile e morale che la Turchia rifiuta di assumersi nei confronti degli armeni massacrati nel secolo appena trascorso e dei loro discendenti contemporanei. Il Ministero degli Esteri turco interviene persino a colpi di decreti per definire la verità ufficiale da divulgare, da stampare sui libri di testo e da correggere nei dibattiti (si veda ad esempio uno degli ultimi interventi del ministro Şensoy contro un documentario sul genocidio armeno trasmesso dalla televisione americana PBS
http[ i ]://www.mfa.gov.tr/MFA/PressInformation/PressReleasesAndStatements/pressReleases2006/April/sensoy_18April2006.htm).
L’articolo 301 (ben saldo nel codice penale turco nonostante le modifiche promesse in vista dell’ingresso della Turchia nella Comunità Europea) è un esempio dell’aberrazione legislativa a cui può arrivare uno stato totalitario camuffato da pellegrino sulla strada della democrazia. Ma alla tentazione di legiferare sulla verità, la storia e la memoria hanno ceduto – in buona fede – anche molti stati europei. Nell’ottobre del 2006 il parlamento francese ha votato una legge che punisce chi nega il genocidio degli armeni. Il fatto non ha comunque creato grossi rivolgimenti perché al “rincrescimento” espresso da Erdogan ha subito risposto Chirac che, avendo pronto per la firma un corposo contratto di fornitura di materiale aeronautico alla Turchia, ha subito rassicurato il primo ministro sul fatto che avrebbe “fatto il possibile” per impedire ulteriori sviluppi alla legge (Ansa 15 ottobre 2006).
In Austria, Belgio, Francia, Spagna, Polonia, Svizzera, Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania, Germania, Cipro e Lussemburgo esistono da tempo leggi che puniscono chi nega l’Olocausto ebraico. In Italia ci stiamo arrivando in questi giorni con il disegno di legge proposto da Mastella per evitare “ogni rigurgito di antisemitismo”, perché “alcune cose non siano ostaggio di false memorie” e perché “i testimoni diretti dell’olocausto via via non ci saranno più” (Reuters 19 gennaio 2007). Non dimenticare è giusto, ovviamente, ma è sbagliata l’idea di far diventare legge la memoria, e per due motivi: l’Olocausto, e nessun altro fatto storico, non deve costituire una verità di stato (dovremmo aver imparato la lezione, per converso, dai falsi di stato) perché a stabilire ciò che è vero e ciò che è falso nella storia non deve essere un ministero, ma l’evidenza dei fatti che parla da sé alle coscienze libere e capaci di ogni cittadino. Non deve essere una legge a ricordarci l’orrore e a educarci a non negarlo e a non ripeterlo, deve farlo la nostra coscienza e l’educazione che riceviamo dalla scuola, dai nostri genitori e che trasmettiamo ai nostri figli (e la sfida, certo, è enorme). “I testimoni diretti dell’olocausto via via non ci saranno più”: sei milioni di morti forse non sono testimoni attendibili? La voce di alcuni di quei morti è finita nei libri e rivive nella nostra voce quando leggiamo quei libri. Le tracce che hanno lasciato testimoni come Primo Levi sono indelebili e parlano chiaro, perché non dovrebbero avere valore di testimonianza vera e diretta? Solo perché non è live, mediata da audio e video? A Mastella deve essere sfuggito che la storia non è un reality show.
Fare una legge che ci esima dal dovere di conoscere la storia equivale a procurare una scorciatoia all’esercizio individuale della coscienza, equivale a delegare a un articolo del codice penale la parte più umana della morale naturale: la compassione. La facoltà cioè di sentirci affratellati ai nostri simili vittime di orrori e ingiustizie, di 60 anni fa come di oggi, di sentirci responsabili, in quanto appartenenti alla stessa specie terrestre, del loro destino. Se la nostra risposta è “sono forse io il custode di mio fratello?” significa che siamo diventati della razza di Caino, e non sarà certo una legge a salvarci. Resistere alla tentazione di fare queste leggi significa lanciare un’enorme sfida all’umanità in uno dei momenti della sua massima decadenza. Significa darci un’occasione per continuare a essere umani.

Giorgia Bottani gennaio 2007