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Il Sessantotto a Mantova

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Premessa

Un libro pubblicato a Mantova nel settembre 2002, “Il Sessantotto. La contestazione studentesca al Liceo Scientifico “Belfiore” e a Mantova”, si presenta come “la prima ricerca in proposito su quegli anni a Mantova.” Il libro è il risultato di una ricerca “sul campo” realizzata nel corso del laboratorio storico negli anni scolastici 1999/2000 e 2000/2001 utilizzando sperimentalmente diversi tipi di fonti:

  • interviste ad ex-studenti ed ex-insegnanti del Liceo (che costituiscono la struttura portante del libro);
  • registrazioni dell’archivio cartaceo del Liceo (per la verità, andate in gran parte distrutte e, perciò, ampiamente frammentarie);
  • articoli di cronaca del quotidiano locale (che, all’epoca, “registrava con molta parsimonia le vicende relative alla scuola e al movimento studentesco”, pag. 15-16, op. cit.);
  • materiali prodotti dai collettivi studenteschi delle varie scuole e successivamente dal movimento studentesco (soprattutto volantini), rinvenuti presso amici e conoscenti.

Il libro mi ha stimolato a rendere la mia personale testimonianza su quel periodo, in quanto ex- studente del liceo scientifico “Martiri di Belfiore” (“maturato” nel luglio 1968) e partecipe delle lotte studentesche a Mantova in quegli anni. La mia testimonianza si propone come un contributo inteso ad integrare (e, talvolta, a precisare) quanto emerge da una lettura “incrociata” di alcune delle testimonianze degli ex-studenti intervistati nell’ambito della ricerca.

Il Sessantotto a Mantova: quando?

“All’inizio il movimento partì come contestazione alla 23/14, un progetto di riforma dell’Università. Quindi il ’67 e il ’68 furono molto universitari. Poi partì dalle grandi città coinvolgendo gli studenti medi tecnici per una questione economica: l’aumento delle tasse scolastiche. Nella seconda metà del ’68 si estese a tutti gli studenti e andò avanti fino al ’74-’75.” (intervista a Mimmo Aristarco, sindacalista, pag. 64)

A complemento di questa più o meno condivisibile periodizzazione del fenomeno del Sessantotto a Mantova, Mimmo Aristarco nella sua intervista accenna alla “scintilla” che, a suo giudizio, innescò il Sessantotto a Mantova: “La scintilla fu il primo volantino distribuito a Mantova da vecchi studenti del liceo scientifico di due o tre anni più vecchi di noi che si erano iscritti a Sociologia a Trento.” (pag. 60) “…poi non ci furono molti collegamenti, però la prima scintilla fu proprio quel volantino. Si cominciò a dire: Allora si può fare qualcosa di diverso dal chiudersi ciascuno nel proprio orticello.”

Ovviamente, non si trattava del primo volantino che veniva diffuso a Mantova, ma del primo volantino prodotto non da un partito o da una forza politica/sociale comunque storicamente preesistente, ma generato “dal basso”.

L’episodio riportato da Mimmo mi ha fatto, a mia volta, ricordare di Maurizio R., che era un po’ più vecchio di noi e che frequentava Sociologia a Trento. Maurizio R. me lo ricordo in relazione ad un episodio specifico: quando “occupammo” per la prima volta i gradini davanti alla cattedrale di Sant’Andrea per una contro-manifestazione contro la celebrazione istituzionale del IV Novembre, ricorrenza della vittoria dell’Italia nella Ia guerra mondiale e giornata delle Forze Armate. Da quel sit-in pacifista (che non ricordo in che anno ebbe luogo: ’67 o ‘68?) prese avvio l’uso da parte dei giovani “contestatori” mantovani di trovarsi nel tardo pomeriggio sui gradini di Sant’Andrea. Un uso, come ritrovo, che durò sicuramente almeno fino al ’77-’78.

Altri che facevano Sociologia a Trento erano Ugo e Riccardo: al primo, in particolare si deve l’iniziativa dei gruppi di studio su “Lettera a una professoressa”, che ebbero luogo nell’autunno del ’68 (o del ’69?) con la partecipazione di un folto gruppo di studenti degli istituti tecnici. Ci trovavamo in una stanza di via delle Fondamenta, a Porto Catena, di cui avevamo la disponibilità (non ricordo a che titolo). Ugo aveva avuto (e, forse, aveva ancora) un ruolo di rilievo nelle lotte rivendicative degli studenti dell’ITIS, che aveva frequentato e presso cui si era diplomato. Fu plausibilmente in occasione di quelle lotte che lo conoscemmo (noi che venivamo da “Un occhio in due”) e che scoprimmo di avere comuni ideali anarchici; poi ci trovammo insieme al circolo “Luigi Molinari” e, da lì, iniziammo insieme l’avventura del “Gaetano Bresci”.

In via delle Fondamenta facemmo “scuola” con i seminari sulla “Lettera a una professoressa” di Don Milani. Lì cominciarono i dibattiti sulla collocazione sociale degli studenti, il senso dell’istruzione nella società borghese, il bisogno di mettere in discussione i metodi di insegnamento (il nozionismo accompagnato dall’autoritarismo), quando non addirittura i contenuti dell’insegnamento (invocando contenuti più rispondenti alle esigenze conoscitive e formative dei giovani), il futuro che la società borghese riservava ai giovani in relazione alle classi sociali di provenienza, ecc..

L’ “autunno caldo” del Sessantanove

Quando si preannunciò l’ “autunno caldo”, il tema centrale del dibattito divenne il rapporto con il movimento operaio e con i lavoratori in generale, dato che la grande maggioranza degli studenti partecipanti ai seminari erano figli di lavoratori. Così decidemmo di appoggiare le lotte dei lavoratori e, insieme ad altri collettivi studenteschi (non ricordo se allora si era già formato il Coordinamento Studentesco o se nacque proprio in quella occasione), ci attivammo per indire uno sciopero degli studenti degli istituti medi superiori di Mantova in occasione dello sciopero generale del 16 novembre 1969 e per portarli in piazza alla manifestazione degli operai. Il luogo del concentramento sindacale era piazza Sordello. Quando arrivarono i 1000 operai, marciando sin lì dalle fabbriche della zona industriale (Belleli, Montedison, FIAMM Filter e altre più piccole) trovarono ad attenderli 2500 studenti. Fu un’esperienza esaltante. Una decina d’anni dopo, quando ero nel Consiglio di Fabbrica della Belleli, trovai operai che ancora se ne ricordavano come di un momento di unità che, dopo tanti anni di lotte da soli, aveva segnato un punto di svolta e l’avvio di nuove alleanze della classe operaia nella società.

Un neo di quella radiosa mattinata fu che un gruppetto di operai della provincia scambiarono per una bandiera fascista la bandiera nera degli anarchici che Flavio inalberava con orgoglio. Cercammo di spiegargli come stavano le cose, ma non vollero sentire ragioni. Flavio allora si allontanò, per poi ricomparire più oltre, mentre il corteo si snodava per la città, con la bandiera nera con una A rossa cerchiata nel mezzo e un nastro rosso appeso alla sommità dell’asta.

Il corteo raggiunse piazza 80° Fanteria, dove cominciarono i discorsi dei sindacalisti. Allora, bandiere e cartelli alla mano, prendemmo la testa dello spezzone studentesco gridando che si andava a tenere la preannunciata assemblea studentesca nella ex-caserma Frattini. Si trattava, per la verità, di un “colpo di mano”, nel senso che da almeno un paio d’anni le istituzioni (il Provveditorato agli Studi e la Provincia di Mantova) prospettavano un recupero della caserma dismessa a fini didattici (o, comunque, attinenti agli studenti) ma il dibattito si protraeva senza arrivare a un dunque. Quindi, avevamo deciso di occupare la ex-caserma per imprimere una accelerazione al processo decisionale delle istituzioni.

Molti studenti erano sciamati via sotto i portici mentre il corteo avanzava attraverso la città. Molti se n’erano andati da piazza 80° Fanteria appena i sindacalisti avevano cominciato a parlare dal palco. Ma 300-400 ci seguirono dalla piazza giù per via XX Settembre e poi per via Frattini fino alla caserma, che occupammo iniziando subito un’assemblea con oggetto: occupazione permanente in funzione della trasformazione dell’edificio in sede del movimento studentesco.

Dopo un po’ arrivarono i due leader della nascente Lotta Continua e ci dissero che avevamo azzardato un po’ troppo. Infatti, dopo un’ora di dibattito, o giù di lì, arrivò la polizia, circondò l’edificio e ci intimò di sgombrare. Noi, asserragliati dentro, non ne volevamo sapere e rispondevamo picche, ma eravamo sempre di meno perché molti preferivano squagliarsela per uscite secondarie. Arrivò, infine, un personaggio in vista del PCI (Biondani, mi sembra che si chiamasse) che parlò con noi, promise che la polizia non avrebbe provveduto a identificarci a patto che lasciassimo l’edificio pacificamente al più presto.

Facemmo presente a Biondani che gli studenti chiedevano un rapido recupero della ex-caserma e che, come movimento degli studenti, rivendicavamo una priorità del suo utilizzo come nostra sede. Poi mettemmo la proposta di ritirarci ai voti. L’assemblea approvò. Biondani uscì a parlare con il questore che fece ritirare i suoi uomini fuori dalla portata della nostra vista. Per prudenza, uscimmo a gruppetti da varie uscite su via Giulio Romano e via Gandolfo, e non ci furono conseguenze. I patti furono rispettati. Per la cronaca, la ex-caserma fu successivamente ristrutturata e adibita a scuola media e a sede di uffici della Regione Lombardia.

L’aggressione neo-fascista davanti al Liceo Scientifico “Martiri di Belfiore”

L’aggressione neo-fascista davanti al Liceo Scientifico “Martiri di Belfiore” viene ricordata come un episodio emblematico da due degli ex-studenti intervistati, Giovanni Chiambretto e Giorgio Parise, che ne sono stati testimoni diretti da due punti di osservazione diversi.

“Qui davanti al liceo scientifico un giorno c’è stata una manifestazione coordinata con diverse scuole che poi dovevano fare un corteo. E’ sicuramente il ’69 o il ’70, si può controllare sulla Gazzetta di Mantova. C’è stata un’aggressione. Io l’ho vista perché nella villetta di fronte alla scuola abitava mio nonno ed io, visto che lo sciopero cominciava, ero andato a trovarlo. Mi sono affacciato alla finestra a vedere com’erano le cose e allora ho visto che arrivava un gruppo di poliziotti che si erano disposti di fronte. Intanto gli studenti si accalcavano e ci si preparava per fare il corteo. Verso le nove arriva un gruppo di persone mascherate, con delle spranghe e fanno l’aggressione. Io avevo visto chiaramente che, un po’ prima delle nove, i poliziotti si sono divisi e allontanati un po’ da una parte e un po’ dall’altra, per cui a un certo punto non c’erano più forze dell’ordine. Un quarto d’ora dopo c’è questa aggressione, breve, veloce, perché qui c’erano seicento persone e quelli saranno stati venticinque, per cui hanno sprangato qualcuno e poi sono andati via. Allora anche lì uno dice: “Ma è mai possibile? Allora la polizia che funzione ha? Di mantenere una situazione ordinata e di consentire il normale svolgimento del corteo o di favorire atti di provocazione o di repressione? Questo non si è mai capito.” (Giovanni Chiambretto, architetto, pag. 52, op. cit.)

“Quando io ero in quinta ed era in atto il movimento per la riduzione dell’abbonamento alle corriere e quindi tutte le scuole avevano già partecipato ad iniziative, a scioperi in città, il liceo scientifico aveva deciso, con gli insegnanti e con l’autorizzazione del preside, di uscire dalla scuola alle dieci per partecipare alla manifestazione insieme alle altre scuole. Era una cosa “strana” ma positiva; quindi noi siamo rimasti qui a scuola mentre gli altri erano già in giro per la città facendo il loro corteo. Alle dieci suona la campana e tutti ci avviamo; siamo usciti proprio puntuali e lì al cancello (io ero lì davanti) ai primi che sono usciti che cosa è capitato? Sono passati quattro fascisti, riconosciuti anche con nomi e cognomi che poi abbiamo saputo, coi caschi gialli e i manganelli e hanno preso a bastonate sulla testa, facendo anche delle ferite, quelli che erano già usciti e quelli delle altre scuole che erano passati a prenderci, perché sapevano che saremmo usciti a quell’ora. Erano partiti da quella parte della strada [la indica] correndo di fronte a noi che stavamo sul cancello. Hanno dato alcune bastonate in giro e sono scappati dall’altra parte. (…) A quel punto: momenti di sbandamento, di panico, gente che sanguinava, uno che aveva in mano un megafono se l’è visto spingere contro i denti. (…) E’ accaduto nel momento in cui le scuole di Mantova avevano già fatto alcuni giorni di sciopero, di per sé fatto clamoroso che aveva infastidito qualcuno. Infatti quella mattina, dalle otto alle dieci mentre noi eravamo in classe, le altre scuole erano state caricate dalla polizia, cosa che non è mai successa a Mantova né prima né dopo. All’ITIS in via Conciliazione dei poliziotti organizzati con elmi, scudi e manganelli avevano caricato e lanciato dei lacrimogeni…a Mantova!” (Giorgio Parise, pag. 100-101, op. cit.)

Prima di riferire la mia personale testimonianza su quell’episodio della storia del movimento degli studenti a Mantova, dobbiamo fare un passo indietro. Qualche giorno prima c’era stata una grande manifestazione del movimento studentesco: eravamo in circa 3 mila in corteo La meta finale era la sala Aldegatti, in via Chiassi, dove si doveva tenere un’assemblea, forse un incontro con le autorità (Provveditorato agli Studi, rappresentanti della Provincia, ecc.). A un certo punto, in via Chiassi, in prossimità della sala, il corteo si blocca e non procede. Sostiamo per un po’, io ero con Flavio e non ricordo con chi altri. Ci arriva la voce dalle file davanti che il corteo si è bloccato perché sulle scale che portano alla sala Aldegatti s’è asserragliato un gruppo di giovani fascisti che impediscono agli studenti di salire alla sala. Allo stesso tempo, il questore intima di sgomberare la via o procederà ad ordinare ai suoi di caricarci. Gli obbiettiamo che non possiamo salire perché i fascisti ce lo impediscono. Per tutta risposta, ci intima di sgombrare la via o ci farà caricare.

A quel punto, Flavio mi dice: “Andiamo a sgombrare i fascisti.” Lo seguo. Fendiamo la folla, guadagniamo l’entrato al piano terra, saliamo le scale, sempre solcando la folla degli studenti. Ed eccoli, i fascisti, su un pianerottolo a metà delle scale, un paio di metri più su della prima fila degli studenti che si è fermata a distanza di sicurezza e non osa avanzare. Flavio scatta, esce dalla prima fila degli studenti e attacca i fascisti a mani nude, ma viene colpito e cade. Io, che mi muovevo sulla sua scia, ho più fortuna: miro dritto al fascista che ha colpito Flavio, che s’affaccia sul pianerottolo e che è più sbilanciato, e, con una mossa ben azzeccata, lo atterro, guadagnando il pianerottolo, e continuo a menare.

A quel punto è fatta: sopraggiungono altri compagni che avevano avuto la stessa idea di Flavio; insieme sfondiamo il blocco dei fascisti e l’onda degli studenti ci segue rumoreggiando e invade la sala. Flavio, io e gli altri compagni del gruppo usciamo: abbiamo fatto il nostro dovere di antifascisti militanti e non ci tratteniamo perché l’assemblea è degli studenti e sono loro che devono decidere autonomamente il da farsi.

All’uscita notiamo che ci sono ancora alcuni fascisti acquattati dietro i cordoni della polizia che scrutano chi esce dalla sala: capiamo che vogliono individuare chi li ha colpiti e sconfitti, vincendo il timore che la loro presenza minacciosa incute agli studenti. Al momento ce la ridiamo – ci sentiamo molto Arditi del Popolo – ma intuiamo che la cosa avrà presto un seguito.

Arriviamo al giorno dell’aggressione fascista davanti al liceo scientifico. Quella mattina ero rimasto a casa a studiare diritto privato, quando inaspettatamente tornò mia moglie che, invece, era andata a scuola in città. Era visibilmente agitata e spaventata e, in modo concitato, mi raccontò che in città c’era stata un’azione di sgombero da parte della polizia nei confronti di una scuola in via Conciliazione (mi sembra il “Corni”), dove avevano occupato un’aula per tenere un’assemblea non autorizzata. Per protesta contro l’azione repressiva della polizia, dal Corni era partito un corteo di studenti diretto verso gli istituti tecnici per ragionieri e geometri e le magistrali nella intenzione di coinvolgerli in una manifestazione più generale, ampliando il fronte della protesta studentesca. Da lì il corteo sarebbe ripartito verso il liceo scientifico Belfiore, che si trovava ormai nella nuova sede in una laterale di viale Risorgimento,

Decisi che dovevo andare a vedere che cosa stava succedendo. Presi lo zaino, ci infilai un paio di bastoni che sporgevano come le katane dall’armatura di un samurai, balzai sulla bicicletta e – tenendo conto del tempo trascorso da quando mia moglie era partita dalla città per tornare a casa – puntai dritto verso il liceo scientifico. Viale Risorgimento, in direzione del liceo scientifico, traboccava di studenti: stimai che ce ne fossero almeno 2000-2500 (pressappoco l’intera popolazione scolastica dei 3-4 istituti cittadini coinvolti nella protesta). Un folto gruppo di studenti sostava nella laterale via Tione davanti al liceo gridando ai liceali di uscire per unirsi alla protesta. Qualcuno aveva anche un megafono con cui amplificava l’invito a uscire.

Parcheggiai la bicicletta in viale Risorgimento in una zona vicina ma tranquilla e mi diressi di buon passo verso via Tione. Lì vidi, accostati al muro di fronte al liceo sul lato opposto della strada, un paio di miei ex-amici della Canottieri Mincio che sapevo simpatizzanti della destra. Quando mi videro, mi fecero un cenno di saluto con la mano e poi, senza parlare, con la mimica mi suggerirono di andarmene perché di lì a poco sarebbero volate le mazzate. Io non me ne diedi per inteso e restai. Detto fatto: con la velocità d’un lampo da dietro l’angolo sbucò un manipolo di sottoproletari prezzolati con bastoni e caschi gialli (come ricorda Parise). Riconobbi tra loro i famigerati fratelli “Diabolik” e “Calimero”, due noti teppistelli della piccola malavita mantovana. In quel momento pensai che mi sarebbe piaciuto avere anch’io un bel caschetto e che forse avrei fatto bene a comprarne uno da carpentiere.

Incominciò l’azione. Uno dei mazzieri aggredì lo studente che parlava al megafono e glielo sbattè in faccia, mentre altri tre o quattro cominciavano a randellare chi gli capitava vicino. Io non ci pensai due volte: estrassi i miei bastoni dallo zaino e, con un bastone per mano, puntai dritto verso Calimero, che stava al centro del drappello e sembrava il capo-manipolo. Mi feci strada usando il sinistro per parare e il destro per colpire. Tirai una gran legnata ad uno dei fascistelli che fu visibilmente sorpreso di incontrare una resistenza imprevista e fece una smorfia di dolore.

Calimero s’accorse che lo puntavo e mi scagliò una bastonata dall’alto in basso. La parai con il sinistro e, non riuscendo a sferrare la bastonata in un altro punto, lo colpii con tutta la forza che avevo sul casco. Sentii il casco che criccava ed ebbi l’impressione che si fosse addirittura fessurato. Ma fu un istante. Già mi arrivava un’altra bastonata di lato, forse da Diabolik. Riuscii ad attutire il colpo con il bastone di sinistra ma non fu sufficiente: fui colpito al capo, sentii una fitta di dolore lancinante e il sangue che sgorgava caldo e fluente dalla ferita.

Per la rabbia d’esser stato ferito, sferrai una gran legnata al fascistello più vicino mentre dal gruppo degli studenti s’alzava un grido sovrumano: era Giagia, una compagna del circolo anarchico, che, con la forza della disperazione, urlava tutta la rabbia che aveva in corpo e lanciava con entrambe le mani una grossa pietra in direzione degli aggressori fascisti, senza peraltro colpirli.

L’urlo di Giagia, che pareva una furia greca, ebbe l’effetto di spezzare l’incantesimo nefasto che sembrava aver paralizzato gli studenti per la sorpresa della violenta irruzione dei picchiatori fascisti. Il primo che vidi reagire in modo calcolato ed efficace fu Claudio M. della FGCI che, presa una breve rincorsa, sembrò alzarsi in volo per poi atterrare a gambe tese su un fascistello che cadde a terra come un birillo. Altri studenti si avventarono in gruppo contro i fascisti, mentre io usavo i bastoni per farmi strada tra loro e guadagnare la sponda della strada presidiata dalla presenza amica degli studenti. La reazione collettiva degli studenti fece fuggire i mazzieri fascisti verso l’estremità di via Tione che s’affaccia sul galoppatoio del parco Te. Mentre i fascisti scomparivano dietro l’angolo, da dietro lo stesso angolo comparve un drappello di questurini che s’interpose impedendo agli studenti inferociti d’inseguire e dare una sonora lezione ai fascisti.

A quel punto, confortato dal fatto che li avevamo cacciati, decisi ch’era meglio sparire. Tamponando con un fazzoletto il sangue che colava dalla ferita, inforcai la bicicletta e mi diressi verso la farmacia più vicina: data la situazione, nelle mie condizioni era meglio evitare il Pronto Soccorso dell’Ospedale per non far registrare il mio nome con il rischio di essere rintracciato nei giorni seguenti dalla polizia. Andai alla farmacia del dottor Delfini in corso Garibaldi (tuttora operante a Mantova). Il farmacista all’inizio oppose resistenza consigliandomi di rivolgermi all’ospedale. Io gli obiettai che ci sarei dovuto andare in bici, che non potevo perdere sangue per tutta la strada, che lui era un dottore e che, alla fine, il giuramento di Ippocrate doveva pur valere qualcosa.

Mi guardò un po’ sorpreso della mia parlantina e mi disse che mi avrebbe accontentato data l’eccezionalità della situazione. Mi fece accomodare gentilmente sul retro, mi tagliò una ciocca di capelli, mi deterse e disinfettò la ferita, me la cucì con due punti e mi appiccicò un vistoso cerotto.

Con questa “ferita di guerra” in testa passai l’esame di diritto privato. Era il novembre 1970.

Dante Goffetti
Epifania 2012