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In memoria di Ruggero Iandolo, con affetto

Ruggero Iandolo, a Mantova per tutti semplicemente e solo Iandolo, non ricordo in quali circostanze l’avevamo conosciuto. Ma, quando cominciò il movimento studentesco, ce lo trovavamo sempre dappertutto. E, si sa come sono i compagni, sempre pronti a comprendere i problemi di tutti gli sfigati e a giustificarne i limiti, dovuti – secondo la vulgata socialista - alle condizioni sociali ecc. ecc. Iandolo aveva allora, credo 40-45 anni, ben portati, o meglio - come dicevamo noi- “conservati sotto spirito” perché beveva tutto quello che era possibile bere e poi ricominciava daccapo.

Fatto sta che una sera me lo ritrovai ad una festa a casa di compagni, appena fuori Mantova, in direzione Dosso del Corso. Siccome non mi fidavo – non sapevo da dove venisse e cosa facesse, se non che era un simpatico compagno di bevute per alcuni componenti del nascente movimento studentesco- ad un certo punto lo incastrai in una piccola stanza secondaria della casa e cominciai a fargli un interrogatorio stretto (per come ero capace di fare allora). “Beh - gli dissi – Iandolo hai un’età che puoi essere stato fascista o partigiano. E, siccome, nessuno dei nostri amici partigiani mi ha mai parlato di te, devo supporre che sei stato fascista.” In realtà bleffavo, perché non sapevo nulla di lui, ma ero preoccupato del fatto che girasse per le nostre case ascoltando i discorsi senza freni dei compagni. Vidi che incassava il colpo. Poi mi rispose: “Sì, compagno, è vero, ho fatto parte della Repubblica Sociale di Salò, ma ero stato reclutato forzatamente, pena la morte. Non ho ucciso nessun partigiano, né torturato e, appena ho potuto, sono scappato.” “Bene – gli risposi – hai fatto bene a dirmi la verità. Questo depone a tuo favore. Però ricordati, , ora comincia un’altra fase di lotta: tu puoi fare quello che vuoi, ma se vuoi stare dalla parte dei compagni, non devi fare la spia” La parola spia lo fece rabbrividire: “La spia mai!” Lo salutai e me ne andai. Nei giorni successivi mi premurai di informare i compagni più stretti su come stavano le cose.

Una sera d’estate, qualche mese dopo, andai alla festa dell’Avanti al parco di Belfiore. Per me era un posto meraviglioso, uno dei posti di Mantova che mi piacevano di più: prati digradanti ed alberi giganteschi affacciati sul lago Superiore e, a poca distanza sul lago, l’isola magica dei Fiori di Loto. Per giunta i compagni socialisti ce la mettevano tutta perché i convitati fossero soddisfatti della loro festa. In particolare, c’era lo stand del pesce di mare che proponeva un fritto misto ed una grigliata mista che non avevano rivali nella provincia di Mantova per rapporto prezzo/qualità..

Dopo il fritto misto, gironzolando per gli stand della festa, incontrai Iandolo. Gli chiesi che intenzioni avesse per la serata. Mi rispose che si era stufato di restare lì e che aveva intenzione di fare una passeggiata per Mantova nello stile “ogni osteria un bicchiere di vino, e poi vediamo come butta”.

Quella sera non avevo programmi ed ero incuriosito di conoscere meglio quell’uomo strano, come conducesse la sua vita di nottambulo e che conoscenze e relazioni avesse. Decisi di accompagnarlo, in un piccolo pellegrinaggio etilico “On the road” basso-padano. Mantova, allora, era una piccola città tranquilla ed un “pellegrinaggio vinicolo” apparentemente non poteva comportare chissà quali rischi. Invece.

Invece, dopo ore di peregrinazioni - sempre a piedi - avevamo ormai attraversato l’intera città ed eravamo risaliti su per via Trento per imboccare la strada di Porta dei Mulini diretti al bar della Romana a Cittadella (nel piccolo borgo sull’altra sponda del lago), perché era uno dei pochi bar ancora aperti a quell’ora. Alle due di notte eravamo seduti a un tavolino in un angolo, io in palese stato di ubriachezza per averlo seguito fedelmente in tutte le sue bevute, e lui che sembrava, invece, sempre uguale: forse sempre lucidamente ebbro. Gli stavo dicendo che non reggevo più e che ora dovevamo andarcene, quando – con la coda dell’occhio – vidi entrare 5-6 giovani fascisti. Cercai di camaleontizzarmi con l’arredo del bar ma non ci fu niente da fare: mi notarono e mi accorsi che mi guardavano ripetutamente chiedendosi cosa fare. Io mi rendevo conto che, in quelle condizioni, non avevo chance di reazione, e pensavo che ero stato uno stupido a lasciarmi andare così, senza pensare a quello che poteva succedere.

Ruggero capì che ero in grande difficoltà e mi disse: “Non preoccuparti per quattro fascistelli, ci penso io.” Si alzò dal tavolo, andò al bancone dove loro stavano bevendo in piedi, lo vidi bere qualcosa con loro – “Oddio” mi dissi “sono fritto.”- li vidi parlottare e confabulare per un po’. Poi tornò al tavolo e mi disse con aria soddisfatta: “La trattativa ha avuto questo esito: i camerati fascisti dicono che sarebbero onorati di poter bere insieme a te perché hai la fama di essere un combattente coraggioso e leale.” Poi mi sibilò: “Non fare il coglione: è l’unico modo di uscirne.” Mi alzai riluttante, ma andai al banco, diedi la mano ai camerati e brindammo insieme ad una contrapposizione dura ma leale tra avversari politici. Io promisi, per parte mia, che nel caso ci fossimo scontrati sul campo sarei stato leale e non avrei mai infierito su un avversario eventualmente soccombente, e loro fecero altrettanto con me. Poi ci salutarono e se ne andarono. Io ancora non ci credevo e temevo che mi facessero un agguato appena qualche decina di metri fuori dal bar. Invece no: furono fedeli alla parola data.

Io e Ruggero riprendemmo la strada dei Mulini in senso opposto, diretti a Mantova. La notte era bellissima e i laghi sembravano risplendere nel buio. Giunti a Porta Mulina, dissi a Ruggero: “Iandolo, la v…. at t’à fat (N.d. R.: tipica ingiuria mantovana) m’hai fatto bere con i fascisti!” E lui: “Dante, sei tu che sei un coglione: quando si esce a bere di notte, i finali sono sempre aperti. Dovresti, invece, ringraziarmi che ho trovato una via d’uscita a una situazione spinosa.” Ci misi poco a realizzare che aveva perfettamente ragione, che avevo sbagliato io - rispetto al mio ruolo di avanguardia di classe- e lo ringraziai. Da allora, non ho più seguito Ruggero sulla sua via alcolica verso il Bengodi proletario.

Ho saputo oggi che se n’e andato: lo saluto con affetto per quello che mi ha insegnato e per quello che ha fatto per me quando ero in difficoltà.

Dante