La mia Europa (seconda puntata)
Sogno berlinese.
Ormai di tutto ciò che ho visto, delle città e dei musei visitati quest'estate, non mi resta che un unico, impreciso, amalgama borgesiano. Sinapsi mentali soggettive, attivabili con un procedimento del quale mi sfugge completamente il programma. Una sorta di inconscia, delirante condensazione onirica rivissuta nello spazio effimero e virtuale che sto per percorrere assieme a voi (ma ci siete? chi siete? e, se ci siete, perchè non vi fate sentire?).
La prima immagine ad apparire è quella, sfocatissima, di un albero primordiale con frutti di colore rosso fuoco. Su ogni frutto sta scritto a chiare lettere un pensiero in lingue e alfabeti diversi: latino, ebraico, greco, persino arabo. I visitatori depongono ad uno ad uno, in un gesto di preghiera, i loro fruttipensieri sui rami di quest'albero che sta alla soglia di un Eden talmudico. L'albero è finto, niente più di un volgare arredo di scena: tronco di scorza sintetica, foglie di plastica verde, frutti piatti, a due dimensioni, ritagliati in paginette di quaderno. Le uniche verità sembrano consistere nelle parole scritte dagli uomini e dalle donne che entrano con fiducia in questo museo-labirinto dove ci si smarrisce, passando per infanzie berlinesi, nei regni incantati dei marchen e delle fate, nella casetta di Hans e Gretel a Steinhau, là dove s'acquatta la strega maligna, e poi giù, fino ai treni sferraglianti della deportazione, ai lager dello sterminio, e a quella prigione buia (e da dimenticare) dove Libeskind ci ha voluto concedere solo una lama di luce fatta filtrare da un'esile fessura.
I ricordi più intimi giacciono invece sepolti nel camposanto vicino: Neue Jerusalem, in quelle tombe senza fiori immerse nel verde struggente di un umido bosco di città.
Il luogo della nostra inquietudine è la cupola fosteriana del Reichstag, quella boccia di vetro che ancora chissaperquanto continuerà a catturarci nei lividi giorni di pioggia, varcate le barriere dei metal detectors e delle guardie armate perennemente intente a perquisirci.
Ma l'inferno più autentico sta altrove, oggi ha preso i colori sgargianti d'un brandello di Muro dipinto, rimasto in piedi dall'Ottantanove, oltre l'Alexanderplatz.
Ecco a che serve l'arte, lo si è capito chiaramente solo alla fine di tanto pellegrinare tra pinacoteche e musei di mezz'Europa. Macchè Paul Klee Zentrum di Berna, macchè Fondazione Beyeler di Basilea (con i suoi celeberrimi Picasso, Rotko e Giacometti), macchè Bauhaus di Dessau o i dipinti stile der Brucke firmati da Kirkner e soci, esposti proprio in quei giorni al Museo d'Arte Moderna di Berlino. Il vero senso dell'arte lo trovi qui, in questi rozzi facciotti e trompe l'oeil dipinti su brandelli di Muro. Arte come puro esorcismo capace di mitigare le paure, di esternare e controllare incubi altrimenti inconfessabili, di denunciare sofferenze inaudite, di provare rassicurazioni e speranze illusorie, di esplorare assurde vie di fuga da un mondo ritenuto impossibile, oltre il Ceck-point Charlie e la porta di Brandeburgo.
Lungo il fiume che scorre al di là di quel Muro dipinto hanno aperto da poco un caffè napoletano, hanno sparso della sabbia per terra e hanno messo qualche sedia a sdraio per riposare sotto i pallidi raggi del sole di questo paese. Sembra impossibile, ma è andata proprio così, sono stati gli anonimi pittori di strada a compiere il miracolo. Qui a Berlino, come nei santuari primitivi delle grotte di Lascaux e di Altamira, pittori-sciamani hanno dato forma e colore ai sogni e ai desideri senza tempo degli uomini: bisonti, cervi in corsa, selvaggina abbondante, buone prede, carni tenere e gustose da mettere sotto i denti, e il miraggio di un mondo libero e felice, senza più carestie, senza guerre, senza Vopos e confini.
Conrad




Commenti recenti
2 anni 16 settimane fa
2 anni 43 settimane fa
3 anni 40 settimane fa
4 anni 8 settimane fa
4 anni 8 settimane fa
4 anni 11 settimane fa
4 anni 24 settimane fa
4 anni 25 settimane fa
4 anni 31 settimane fa
4 anni 32 settimane fa