L'indimenticabile 'zia Rita'
Fermami il tempo

Marco Serra Tarantola editore
2004
88-88507-39-6
222
€ 15,00
La scrittura al femminile conosce di questi exploit. Regala, con autrici debuttanti, buona letteratura e personaggi indimenticabili. È accaduto con la 'Mennulara' di Simonetta Agnello Hornby, è successo poco prima con la Chiara del 'Passaggio in ombra' di Mariateresa Di Lascia. Accade per i lettori bresciani che incontrano la figura della zia Rita in 'Fermami il tempo' di Nadia Campanelli, insegnante bresciana autrice dei racconti autobiografici 'Strade di pozzanghere’.
Qui, anche se il vissuto dell'autrice non è evidentemente rimosso o negato, la vena creativa è più piena e conquista la non facile forma del romanzo. Un approdo pieno e convincente, che ci consegna un'autrice a tutto tondo e un personaggio autentico.
Se con la Agnello Hornby e la Di Lascia ci si muove in un contesto meridionale irto di drammi, con il personaggio di zia Rita siamo in un pieno, famigliare Novecento bresciano: cioè nella storia di un personaggio della borghesia delle professioni e degli impieghi, figlia di sarto precocemente orfana, impiegata di banca, moglie giovanissima e madre mancata, che divide la sua vita muliebre fra un grande appartamento di viale Venezia (dal suo balcone vede la partenza della Mille Miglia...), un palazzo del Carmine e una casa avita in Valsabbia. Una donna che accetta un menage famigliare distaccato, affollato di non conclamati tradimenti del marito, ma trova riscatto in un radicale 'volersi bene' fatto di una cura meticolosa e raffinata della propria persona, delle proprie memorie, dei propri segreti. Un'aurea 'medietas' che non negherà un finale sorpresa.
Il romanzo ricostruisce i ricordi della zia, ormai morta, raccolti dalla devota nipote. Le voci narranti sono, in definitiva, tre: quella della zia che dipana la propria vita, quella della stessa zia che ne trae insegnamenti più astratti e generali, quella della nipote che inframmezza con discrezione la voce dell'ava. Il dialogo intergenerazionale è il pretesto per un lungo lavoro di scavo sul tempo e la memoria, e sui segni che il calendario lascia nell'animo e nel corpo. Novella Sherazade, la zia Rita (o 'Ritì', stando al nomignolo famigliare) elude la morte prolungando il tempo del racconto, che è quello dei ricordi che riscattano la sua vita da un presente fatto di senile dipendenza, di passività coatta anche nelle funzioni più intime. Pagine magistrali restituiscono il clima aurorale dell'infanzia prebellica di 'Ritì'. Se, come diceva Heine, i ricordi sono l'unico paradiso da cui nessuno ci potrà mai scacciare, allora Nadia Campanelli è maestra nel ricondurci su questi sentieri, avendo come bussola esperienze tattili (le stoffe della bottega), olfattive (il loro odore...), gustativi (la panna montata del bar del corso Mameli), spaziali (la grande casa di Mura), sentimentali (il dolore per la perdita del padre).
Poi la giovinezza e la maturità, in cui la lotta per fermare il tempo alimenta strategie fatte di dignità e decoro, armadi ordinati e oggetti meticolosamente custoditi. È in questa sobria distinzione che 'imparare ad amarsi' diviene, per una moglie senza eredi, un esercizio lento e naturale, una conquista orgogliosa e progressiva. Rispettata da familiari e nipoti, la zia Rita diviene personaggio, si crea uno stile, un piccolo mondo personale un sottofondo musicale che ha il ritmo cantilenato di un valzer lento. Fino a quando la storia (la guerra e la Resistenza) s'incaricherà di increspare quel lago placido con una vicenda il cui esito è affidato al coup de theatre finale. Il transito terreno di questa zia, dal grembo asciutto e dall'animo sensibile, si rivela non avaro di sentimenti e impartisce, nelle pagine di Nadia Campanelli, una lezione che affascina e consola.
Massimo Tedeschi.




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