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Luceres et Lupercales (un excursus sulle origini di Roma e la mitologia del lupo)

inserito da Dante Goffetti

(“I primi tempi di Roma non hanno mai smesso di essere ripensati, fin dal momento stesso in cui sono stati.” Pierre Grimal)

Quasi per caso

Questo viaggio a ritroso nel tempo, nella storia dei primordi di Roma, cominciò quasi per caso (ammesso che il caso esista e che non si tratti di coincidenze le cui determinanti sono abbastanza remote –nel tempo e nello spazio- per non esserne consapevoli).

Un sabato pomeriggio, come tanti altri negli ultimi anni, ero passato nella biblioteca del paese in fondo alla via principale del mio quartiere, in direzione opposta alla città. Non avendo in quel momento un preciso percorso di lettura da seguire, mi ero fermato davanti allo scaffale delle novità per vedere se per caso ci fosse qualcosa che potesse stimolare la mia curiosità e appagare la mia voglia di buone letture.

La mia attenzione fu attratta da un libro dal titolo “Impero. Viaggio nell’impero di Roma seguendo una moneta”. i Pensai che mio figlio, in prima liceo, stava studiando la storia di Roma e che, magari, sarebbe stato invogliato a leggerlo per farsi un’idea più concreta di come si vivesse all’epoca dell’impero (nello specifico al tempo di Traiano, quando furono conseguiti la “massima estensione, prosperità, ricchezza e benessere e <<momento di grazia>>, mai più conosciuti nella storia romana”). Così presi in prestito il libro e lo portai a casa, con il risultato – scontato- che lo lessi io e non mio figlio.

Quel libro esercitò un grande fascino su di me perché mi rendeva in una nuova luce, in una prospettiva più calda e più viva, fatti e processi storici che, invece, mi erano apparsi piatti quando avevo studiato la storia di Roma ai miei tempi, 40-50 anni fa. Fui talmente colpito dal libro che una notte in un sogno parlavo correntemente in latino con miei misteriosi interlocutori che mi ascoltavano compresi. Questo moto dell’inconscio mi convinse a dare seguito a una curiosità che mi era sorta in relazione ad un dettaglio –uno dei tanti contenuti nel libro- che mi aveva colpito durante la lettura qualche sera prima, ma a cui al momento non avevo dato peso più di tanto.

Si tratta di questo. Una legione romana, intorno al 117 d.C., sta per ingaggiare una battaglia contro i “barbari catti” lungo il confine germanico del Reno. Di tanto in tanto, il centurione che si trova alla testa della legione si gira ad osservare la lunga colonna romana e, tra sé e il legato al comando della legione, attestato su un una collina, vede molto bene i simboli della legione << un capricorno ed Ercole esposti in cima ai tanti emblemi e vessilli che ondeggiano sugli elmi dei legionari. Per non parlare dell’aquila d’oro, “anima” della legione, che avanza con i soldati della prima coorte in cima a una lunga asta. Portarla è un onore che spetta all’aquilifer, un soldato il cui elmo spunta dalle 1fauci spalancate della pelle di un leone, che gli scende sulle spalle come un mantello. Perdere quell’aquila in battaglia è il disonore più grande, è molto più di una bandiera: è lo spirito della legione, quasi una vera divinità. Se viene catturata o distrutta, l’intera legione sarà cancellata … Altrettanto importante è il volto in oro dell’imperatore, dentro una nicchia, in cima a un’asta: simboleggia quasi un legame diretto tra lui e la legione. In questa selva di lance e simboli, svettano anche altre strane insegne: ogni centuria ha lunghissime lance, su cui sono disposte una fila di piatti in oro messi in verticale e una mezzaluna. Non è ben chiaro cosa rappresentino, forse le campagne sostenute dalla legione (i piatti) e i mari o i fiumi attraversati per combattere (la mezzaluna). Il fatto è che in tutte le legioni non superano mai il numero di sei, quindi hanno un altro significato che non conosciamo. In cima si vedono, a seconda dei casi, corone d’alloro dorate, simboli quali una mano aperta, come se salutasse (rappresenta la lealtà): chiunque porti queste insegne (il signifer) è coperto da una pelle d’orso o di lupo, il cui muso con le zanne riveste l’elmo.>>ii

In mezzo a una selva di insegne in movimento (che denota la ricchezza simbolica ed espressiva delle armate imperiali romane) è stato precisamente quest’ultimo dettaglio a farmi rizzare le antenne: la legione romana era una micidiale macchina da guerra, organizzata per la massima efficienza distruttiva ed allenata secondo i più avanzati criteri dell’arte militare e del combattimento, eppure oltre otto secoli dopo la fondazione di Roma i signiferi adottano ancora travestimenti arcaici, paragonabili a quelli dei grandi cacciatori del paleolitico: pelli di orsi e di lupi (mentre le pelli di leone degli aquiliferi appaiono riconducibili ad un ammodernamento derivante dalle campagne d’Africa).iii E’ stato proprio questo a farmi scattare la domanda: perché tanto attaccamento guerriero alle pelli di orso e di lupo? Probabilmente, mi sono detto, è legato a qualcosa che ha a che fare con le remote origini di Roma. Così, spinto da questa ipotesi e stimolato dal sogno in latino, decisi di addentrarmi in un percorso di letture sulle origini di Roma, una materia intricata e controversa come realizzai strada facendo.

Strada facendo

La storia della fondazione di Roma appare oggi assai diversa da come ce la raccontavano i libri di storia sui quali ha studiato la mia generazione 50 anni fa, ancora intrisi di retorica nazionalista sulla romanità. Nel mezzo secolo trascorso da allora, gli scavi archeologici hanno fatto emergere dal suolo reperti che hanno portato a ricorrenti ondate di dibattito tra gli studiosi, seguite dalla revisione delle precedenti teorie sulla nascita di Roma e dalla formulazione di nuove. Che poi tanto nuove non sono perché, in certa misura, erano adombrate nelle storie tramandate da storici e letterati romani. Anche se, in verità, è probabile che siano state tramandato versioni “politicizzate” dei fatti (i romani erano abilissimi a scrivere e riscrivere la storia nella forma più utile a glorificare la grandezza di Roma e il potere dominante in quella fase, specialmente nell’età di Cesare e di Augusto).

I progressi più recenti nella conoscenza del passato storico di Roma sono dovuti all’archeologo italiano Andrea Carandini, che per 20 anni ha diretto gli scavi tra il Palatino e il Foro, ha adottato il criterio metodologico di comparare i risultati stratigrafici con una puntuale disamina delle fonti testuali storiche, annalistiche, antiquarie e letterarie, in modo da verificare se vi siano corrispondenze tra l’ “evidenza” dei rinvenimenti e quanto si può desumere dalla lettura incrociata di quelle fonti stesse, integrata con le indicazioni che si possono trarre dallo studio delle religioni e dalle ricerche etnografiche.

Ma vediamo quali sono i punti fermi dell’immane lavoro degli archeologi e degli storici sulle origini di Roma e dove il campo sia, invece, ancora oggetto di congetture, ipotesi, supposizioni.

Il Septimontium

E’ ormai opinione condivisa dagli studiosi più rilevanti nel dibattito specialistico sui primordi di Roma che nell’area di quella che poi sarà l’Urbe fossero stanziati, intorno al X-IX secolo a. C., alcuni dei 30 pupuli Albenses di cui scrive Plinio nel famoso passo della sua “Naturalis Historia” (III, 5, 68-69).

“Con maggiore o minore fondatezza si è creduto di poter proporre una identificazione con località site entro o immediatamente attorno all’area della futura Roma i Foreti, i Latinienses, i Munienses (supposto corretto in Mucienses), i Querquetulani, i Tutienses (supposto corretto in Titienses), i Velienses, i Vimettilari.” iv

“L’originaria esistenza di varie comunità definite e distinte, nello spazio di notevole ampiezza e varietà che sarà poi occupato da Roma, è in sostanza più che probabile, e spiega molti aspetti di quella che sarà la progressiva dinamica del divenire della città e la sua immagine composita: è in sostanza il fondamento della teoria del <<sinecismo>> da molti affermata per spiegare l’origine di Roma.”v

Per riconoscimento anche di altri studiosi, nel territorio di Roma esistevano gli abitati dell’Esquilino, del Quirinale e del Palatino. Progressivamente questi centri proto-urbani, plausibilmente sotto la spinta del più dinamico Palatino, si fusero in un organismo unitario di tipo nuovo. La conurbazione sembra avere avuto luogo intorno a un “centro di gravità naturale” che per gli abitanti dei colli sarebbe stata la valle del Foro.vi

I rinvenimenti archeologici portano a ipotizzare che i villaggi del Palatino e della Velia, sorti al termine del “bronzo finale”, si fusero in un abitato unico al più tardi all’inizio dell’età del ferro (ca. 900-830 a. C.), come testimonia la restrizione delle sepolture in un’unica area, il Sepolcreto del Foro.vii

“A sostegno di questa interpretazione viene addotta la lista dei luoghi dove l’11 novembre si celebrava la misteriosa festa del Septimontium. (…) Di fatto la tradizione antica designa il Palatino (Palatium, mons Palatinus) come la sede del nucleo abitato più antico e della fondazione stessa di Roma.”viii

“Al Septimontium (…) è festa per questi monti: per il Palatino, cui si compie un sacrificio che è chiamato Palatuar; per la Velia, cui ugualmente si compie un sacrificio; per il Fagutal, la Subura, il Cermalus, l’Oppio, il Monte Celio, il monte Cispio.” (Festo, 458, 459, 476)

“Poco dopo, al più tardi nella metà dell’VIII secolo, nella valle del Foro apparvero le capanne; così il centro Palatino-Esquilino (o, se si vuole, la “Lega del Septimontium”) giunse ai limiti dell’abitato Quirinale-Capitolino, la cui esistenza sembra attestata dal IX secolo. Anche se all’origine quest’ultimo era stato un organismo distinto e indipendente, le capanne del Foro significano l’inghiottimento di esso da parte dell’abitato palatino-esquilino (…) La conclusione principale che risulta da questa ricostruzione è che la Roma proto-urbana si sarebbe sviluppata con l’espansione progressiva del nucleo originario, come altri centri latini, ma con una velocità e un’ampiezza senza pari.”ix

Insomma, a prescindere dall’orientamento dei singoli studiosi in merito a come sia nata Roma – per sviluppo di un nucleo originario o per sinecismo (cioè attraverso la fusione di varie borgate preesistenti)- vi è una (quasi) generale concordanza sul fatto che prima di Roma esisteva una costellazione di abitati proto-urbani (sostanzialmente raggruppamenti di capanne di legno e fango) sul sistema di alture collegate Palatino-Velia-Esquilino più il Celio, cioè il nucleo centrale del settore dei montes: il cuore della Roma dei primordi. Questi abitati avevano una cultura materiale comune, dèi comuni e pratiche cultuali comuni, come indica appunto la festa del Septimontium, dedicata plausibilmente alla fine della stagione delle semine e alla purificazione (“lustratio”) del territorio dei montes.

La scoperta dell’archeologo Andrea Carandini

E’ in questo quadro – e in questo dibattito sulle origini di Roma – che si inserisce la scoperta del professor Carandini nella seconda metà degli anni ’80 in un’area posta ai piedi del Palatino, sul Foro, tra l’arco di Tito e la casa delle Vestali, delle dimensioni di circa un ettaro, rimasta fino ad allora relativamente al di fuori delle operazioni di scavo. In quell’area l’equipe di Carandini ha portato alla luce, più o meno nello stesso posto, le tracce di tre muri successivi (risalenti rispettivamente al 550-530, 600 e 675 a.C.). e, al di sotto di questi tre muri, un muro ancora più antico, che segue lo stesso tracciato di quelli successivi. “Costituito da un basamento di tufo rossastro, e verosimilmente fatto soprattutto di argilla e travi di legno, questo muro, largo pressappoco un metro e quaranta, era stato invece direttamente elevato sulla terra vergine. La fortuna forse più straordinaria di tutta questa scoperta è stata il ritrovamento, nelle fondazioni di tufo, di un piccolo numero di oggetti, fibule e vasi, peraltro ben noti agli archeologi, per i quali costituiscono strumenti di datazione fondamentali.”x

La datazione proposta per questo muro è situata negli anni 730-720 a.C. Inoltre, “nello stesso periodo del muro al suo primo strato, era stata edificata, a una quindicina di metri a monte, una palizzata di legno, che naturalmente non è stata ritrovata, ma i cui pioli hanno lasciato nella cavità del terreno il segno della loro impronta, visibile (al momento degli scavi, in due luoghi, su una lunghezza di circa dieci metri per ogni tratto. (…) La cosa più curiosa è che la palizzata, in seguito accuratamente tenuta in ordine e rifatta a più riprese, era seguita in basso, fino ai muri di cui abbiamo parlato, da uno spazio di terreno che sembra essere rimasto libero da occupazione dall’VIII al VI secolo, periodo nel quale l’insieme fu sommerso sotto un grande terrazzamento destinato a fornire la base di un nuovo quartiere. Su di un sito così denso, così precocemente occupato, così strategicamente decisivo, il rispetto e il mantenimento di questa striscia di terreno tra la palizzata e il muro, salvaguardata da ogni costruzione, costituisce una particolarità piuttosto sorprendente.”xi

Il pensiero corre, quindi, inevitabilmente al pomerium istituito da Romolo all’atto della fondazione della << Roma quadrata>>, il “solco primigenio ” che costituiva il limite sacro della nuova città. Anche perché il periodo storico è lo stesso, se si pensa che la data di fondazione che la tradizione attribuisce a Roma è il 753 a.C. (Varrone).

Palatino, VIII secolo avanti Cristo

E’ in questo quadro, nell’abitato proto-urbano in espansione della “Lega del Septimontium” che intorno alla metà dell’VIII secolo a.C. irrompono in scena Remo e Romolo (citati sempre in quest’ordine nei testi antichi), i leggendari gemelli figli della vestale Rea Silvia e di Marte, il dio della guerra sacro ai Latini (e poi ai Romani).

Remo e Romolo, dopo aver ucciso in battaglia l’usurpatore Amulio (peraltro loro zio) e aver restituito al nonno Numitore il trono di Alba Longa, la “città” sacra della Lega Albense, avevano vissuto per qualche tempo ad Alba stessa. Ma, da un lato, i gemelli avevano maturato l’attitudine e un bisogno di comando che non potevano legittimamente soddisfare perché il titolo regale competeva a Numitore, che l’avrebbe conservato sino alla morte; dall’altro, era plausibilmente difficile per i gemelli, che avevano vissuto un lungo periodo di iniziazione guerriera e che erano adusi agli scontri, alla guerra e alla violenza, vivere pacificamente in Alba, insieme ai loro compagni d’armi, senza venire in contrasto con i maggiorenti della “metropoli” albense. Perciò, a un certo punto, il nonno Numitore autorizzò i gemelli a fondare una nuova città in cui trasferirsi insieme alle loro genti.

Qui la leggenda presenta una propria specificità non rinvenibile nel patrimonio mitolegetico di altri popoli antichi (o dello stesso grado di sviluppo della organizzazione sociale). E’ noto, ad esempio, che “nelle società italiche di età storica era frequente che la fondazione di un nuovo centro fosse originata da un contingente di giovani, da un’intera classe di età allontanata dalla comunità di origine. […] Analogamente, a livello mitico, è testimoniata la relazione tra alcune fondazioni e giovani armati o banditi, in cui possiamo riconoscere una classe di età e/o iniziandi.”xii

Dove vanno, invece, Remo e Romolo a fondare la loro città? Proprio nel bel mezzo dell’area del Septimontium, che abbiamo visto in forte espansione demografica e conseguente evoluzione sociale.

Come “leggere politicamente” questa scelta? Possiamo solo avanzare delle ipotesi ragionevoli basandoci sui fatti documentati, sugli indizi e su supposizioni. Possiamo pensare che re Numitore, a fronte dell’espansione del Septimontium, probabilmente dovuta in parte anche all’apporto dell’immigrazione in forma “privata” di componenti etniche non latine (nella fattispecie Sabine ed Etrusche), fosse preoccupato che la Lega Albense rischiasse di perdere il controllo della via del sale e del guado strategico del Tevere poco più a valle dell’Isola Tiberina. Può darsi che Numitore abbia incoraggiato i gemelli ad insinuarsi nella situazione in evoluzione del Septimontium e che i gemelli, imbaldanziti dal successo militare sullo zio Amulio, abbiano deciso di tentare l’avventura, insofferenti di restare all’ombra del nonno sino alla sua morte.

Di fatto, Remo e Romolo si recarono nel Septimontium per fondare lì la loro città, ma la rivalità tra loro su chi dovesse esercitare il comando supremo non tardò a scoppiare. Remo avrebbe prudentemente preferito scegliere come sede l’Aventino, più marginale, mentre Romolo baldanzosamente puntò dritto al cuore del Septimontium, al Palatino fatale, su cui secondo antiche leggende latine erano in passato già sorte la città di Saturnia e poi il Palatium del capo arcade Evandro

Remo e Romolo avevano tutti i numeri per tentare l’impresa: erano stati allevati dai pastori-guerrieri sul Cermalo, erano iniziati dei Lupercales, avevano studiato “lingue greche” a Gabi, erano stati istruiti agli àuguri dal nonno Numitore (supremo re-àugure della Lega Albense) e, per di più, godevano plausibilmente di buoni rapporti con gli Etruschi insediati sulla riva destra del Tevere, specialisti in riti di fondazione di nuove città, come insegna la tradizione. Ma Romolo aveva in più, a quanto è dato di capire, un vantaggio: era lui stesso un àugure, come parrebbe indicare il fatto che si conservino sue antiche raffigurazioni con il lituus (il bastone augurale).

Come sortirono gli auspici, come Romolo tracciò il solco sacro (vestito, si badi, alla foggia di Gabi), come uccise il fratello, reo di avere irriso alla fondazione di Roma, è storia nota. Il movente politico “moderno” di Romolo era divenuto un valore assoluto che giustificava anche la rottura violenta dei vincoli ancestrali di consanguineità.

Che si chiamassero Remo e Romolo o altri nomi poco importa di fronte al fatto, archeologicamente comprovato, che un pomerium fu tracciato ai piedi del Palatino tra il 753 e il 730 a.C. e che tale spazio sacro fu conservato devozionalmente per almeno due secoli, pur nella crescita tumultuosa della Città.xiii

Ma che cosa ha fondato Romolo in quello spazio allora ancora libero da costruzioni ai piedi del Palatino? La tradizione parla di una misteriosa “Roma Quadrata”. Qualche storico ha ipotizzato che si trattasse di un rettangolo di pietra, un auguraculum (come quello all’ingresso del tempio di Apollo): uno spazio sacrale e allo stesso tempo politico perché attestava un’esistenza e una volontà di definirsi nettamente rispetto all’indistinto esterno.xiv

Più prosaicamente possiamo pensare ad uno spazio delimitato sacralmente per insediarvi una guarnigione militare, i compagni d’arme di Romolo, che si attestavano nel territorio del Septimontium pronti a difendere la propria presenza e, insieme, aperti alle possibili alleanze per prendere il controllo del Septimontium e assumerne la direzione.

Tant’è che fu Romolo a scagliare simbolicamente per primo la sua lancia in segno di sfida sul fianco del Cermalo, il colle stesso su cui era stato nutrito e cresciuto. La lancia, come si sa, si tramutò in un corniolo verdeggiante a significare che gli dei approvavano la sua impresa: Iuppiter Latiaris – la somma divinità della Lega Albense- per primo, e con lui il padre Marte, dio della guerra (ma in precedenza anche dell’agricoltura).

Da lì, di guerra in guerra, ma anche di compromesso in compromesso con nemici più forti delle attese (come i Sabini per primi e gli Etruschi poi), Roma Quadrata divenne l’Urbe.

Luceres

Romolo aveva plausibilmente sopravvalutato le proprie potenzialità militari e/o sottovalutato le dinamiche complessivamente in corso nel Septimontium e si trovò così ben presto costretto a venire a patti con la componente etnica bellicosa dei Sabini, tanto che dovette accettare la coreggenza con il re sabino Tito Tazio (un “dualismo di potere”). Ma dimostrò grandi capacità statuali, in primis distribuendo a tutti i nuovi Romani un lotto di terreno individuale (l’heredium), conferendo così un territorio – e una base materiale produttiva- alla comunità romana in fieri. Poi diede alla comunità nuove istituzioni, organizzandola in tre tribù (i Tities, i Ramnes e i Luceres), che a loro volta davano luogo a trenta curie; inoltre ogni tribù doveva fornire cento cavalieri (per un totale di 300) e mille fanti (per un totale di 3.000) per le guerre che scoppiavano endemicamente con popoli ed etnie diverse per accaparrarsi le loro risorse.

Da dove derivavano i nomi delle tribù della “costituzione romulea”? Al riguardo gli storici e gli archeologi hanno avanzato negli ultimi 150 anni varie ipotesi, che non stiamo a riepilogare perché ci porterebbero lontano dal filo di questa narrazione. L’archeologo Andrea Carandini ha posto, invece, una interessante domanda: che rapporto c’era tra le tribù romulee e le tribù albensi precedentemente insediate sui montes?

I populi Albenses “attribuibili al sito che sarà di Roma, incentrato su un guado del Tevere posto poco più a valle dell’Isola Tiberina ai piedi dell’Aventino erano i Velienses, i Querquetulani e i Latinienses.”xv

I Velienses erano gli abitanti della Velia, “un’altura al centro della Roma dei montes, notevolmente elevata in origine. xvi […] L’esistenza di una curia Velienses ricordata da Varrone tra le curiae veteres di Roma nella sua sede originaria al margine orientale del Palatino, dunque tra l’altro prossima al pendio della Velia, rafforza l’ipotesi.”xvii “Per i Querquetulani resta fondamentale la testimonianza di Tacito (Annales, IV, 65), il quale afferma che il monte Celio era chiamato anticamente Querquetulanus per la sua ricchezza di querce.”xviii I Latinienses vengono ricordati insediati nell’area del collis Latiaris.

Ecco, di seguito, le corrispondenze che propone Carandini tra le tre tribù romulee e i tre populi Albenses.

“Tutte le fonti letterarie narrano che suolo e uomini dell’agro di Roma erano divisi in tre parti o tribus, partizione di origine probabilmente proto-urbana. […] Si potrebbe sostenere che le tribù coincidevano con i distretti pre-urbani di tre populi Albenses attestati presso il guado del Tevere. La tribù dei Titienses, tra il Tevere e la via Prenestina, coinciderebbe con i Latinienses, aventi la loro rocca sul collis Latiaris; la tribù dei Ramnes, tra via Prenestina e via Appia, coinciderebbe con i Querquetulani, aventi la loro rocca sul Querquetual/Caelius; la tribù dei Luceres, tra via Appia e Tevere, coinciderebbe con il distretto dei Velienses, aventi la loro rocca sulla Velia.”xix

Alcuni studiosi hanno ipotizzato che Romolo appartenesse alla tribù dei Ramnes per la comune radice etimologica dei nomi (per lo più riconosciuti di origine etrusca). Carandini ipotizza, invece, che “sia Romolo sia Remo appartenessero alla tribù montana dei Luceres –nella sua fase originaria proto-urbana- essendo stati allevati sul Cermalo.”xx Quindi, “ucciso Remo, la tribus dei Luceres è ormai controllata da Romolo, dominata dal Palatino inaugurato e murato, che funge da cittadella regia.”xxi

Se Querquetulani derivava dalle querce e Latiniensi da Latium (vasto, ampio), da dove viene Luceres? Secondo alcuni studiosi, il nome deriverebbe da una parola etrusca indicativa dell’esercizio di un potere (sullo stampo di Lucumone) e designerebbe, quindi, la tribù regale per eccellenza. Secondo altri, la radice di Luceres sarebbe la stessa di Lucania e rimanderebbe, quindi, ai luci, i boschi che originariamente ammantavano il Cermalo e designerebbe, quindi, come abbiamo visto una componente etnica latina autoctona.

Infine, secondo una interpretazione moderna, il significato originario di Luceres sarebbe “uomini-lupi.”xxii

Lupercales

Ma i veri uomini-lupi erano i Lupercales, che Cicerone definisce germani luperci (Pro Caelio, 26), cioè “fratelli dei lupi” (o, come traduce un autore moderno, “lupi in carne e ossa”).

I Lupercales (Luperci in italiano) entravano in scena nella fase finale dei Lupercalia (Lupercali in italiano), una festa e un rito di purificazione e fecondità le cui radici affondavano nel tempo, tanto che una saga ne attribuiva l’istituzione ad Evandro, un mitico eroe arcade che sarebbe giunto nel Lazio “sessanta anni prima della guerra di Troia” (Dionisio di Alicarnasso) e che avrebbe avuto il permesso dal dio autoctono Fauno di stabilirsi proprio sul Palatino. Il luogo centrale della festa, che si svolgeva in febbraio, verso la fine dell’anno romano, era il Lupercal, la mitica grotta in cui la lupa allattò i gemelli, alla radice del Cermalo.

Di fatto, i Lupercalia dovevano risalire a un’epoca precedente la fondazione della Città perché un episodio della leggenda di Remo e Romolo narra della loro partecipazione a una festa dei Lupercali. Mentre i due gemelli, a capo di due diversi gruppi di giovani, stavano compiendo esercizi fisici in una vicina pianura, furono richiamati dalle grida di un pastore che invocava aiuto contro l’incursione di una banda di predatori che stavano razziando gli armenti. Remo e Romolo e i rispettivi compagni, per non perdere tempo, si lanciarono così come si trovavano –con il solo perizoma indosso- all’inseguimento dei predoni scegliendo direzioni opposte. Remo, con la sua banda, raggiunse i predoni per primo e, tornato al luogo del rito, in quanto vincitore pretese per sé e per i suoi compagni il diritto di mangiare le viscere e le carni della vittima sacrificale, infrangendo l’antico rituale. Romolo, tornato con i suoi compagni sul luogo del rito quando il pasto era ormai stato consumato e non restavano che le ossa, accettò ridendo la vittoria del fratello.

Dalla corsa dei due gemelli sembra abbia tratto origine il rito con cui culminava la celebrazione dei Lupercali in epoca storica: la corsa dei Luperci nudi intorno al Palatino, muniti di fruste fatte di strisce di pelli di capra con cui fustigavano le giovani donne che incontravano lungo il loro percorso per propiziarne la fertilità. La corsa aveva anche una funzione di lustratio, cioè di purificazione rituale dei luoghi interni al suo perimetro (in origine forse il Cermalo, dopo la fondazione il complesso Palatino-Velia-Esquilino).

La parte più arcaica dei Lupercalia iniziava con il sacrificio di una o più capre a Fauno Luperco, un dio autoctono di carattere benefico (che, tra l’altro, avrebbe introdotto l’arboricoltura e la viticoltura, insieme all’uso di fissare i confini con pietre terminali, e avrebbe istituito il culto di Iuppiter Latiaris sul Monte Albano), ma anche un demone infero, silvestre e oracolare, a cui nell’antichità più remota sembra fossero dedicati sacrifici umani.

Al sacrificio della capra (animale infero nella concezione dei latini) faceva seguito un rituale attraverso cui i sacerdoti celebranti inscenavano simbolicamente il sacrificio di due giovani (le loro fronti venivano toccate con un coltello bagnato nel sangue degli animali sacrificati), che venivano, invece, graziati e purificati (le loro fronti venivano ripulite dal sangue con un batuffolo imbevuto nel latte di capra) e dovevano, quindi, sorridere, come se risorgessero a nuova vita.

I Luperci erano divisi in due collegi: i Luperci Fabii (o Fabiani o Fauiani) e i Luperci Quinctiales (o Quinctilii o Quintilii o Quintiliani), e rappresentavano le bande degli iniziandi che, dopo il rito di morte e rinascita, potevano agire autonomamente. La coppia dei giovani prescelti per il sacrificio simbolico dei Lupercali era costituita dai capi delle due consorterie di Luperci e, quindi, simbolicamente da Remo e Romolo al momento culminante della loro iniziazione.

Secondo questa tesi di un grande ricercatore,xxiii anche questa seconda parte del rito dei Lupercali – come la corsa dei Luperci intorno al Palatino- avrebbe, quindi, tratto origine da un episodio della vita leggendaria di Remo e Romolo: il pastore incaricato dallo zio usurpatore Amulio di ucciderli li abbandonò, invece, nel Tevere mentre i pastori del Cermalo li nutrirono a base di latte di capra. In altre parole, questa parte del rito dei Lupercali adombrava la sorte di Remo e Romolo che avrebbero dovuto essere sacrificati per volere del re usurpatore di Alba e che, invece, furono salvati e nacquero a nuova vita grazie ai pastori del Cermalo.

Suffragano questa tesi alcuni fatti indiziari:

  • Remo era a capo dei Luperci Fabii e Romolo a capo dei Luperci Quinctilii, ma i Luperci continuarono ad essere divisi in due collegi anche dopo l’uccisione di Remo e per tutta l’epoca storica fino al V secolo d.C.;

  • in epoca storica, i giovani prescelti per il sacrificio simbolico erano di “nobile stirpe” (Plutarco).

Anche questa seconda parte dei Lupercali sarebbe stata, quindi, una variazione feconda innestata sul tronco vitale della festa arcaica, a ricordo, celebrazione e ripetizione rituale di un episodio mitico collegato ai primordi di Roma ma antecedente la fondazione dell’Urbe.

Che i collegi dei Luperci non avessero un carattere puramente residuale e folklorico in epoca storica ma fossero invece un’istituzione dotata di concreta influenza sulla vita politica di Roma, lo indicano il fatto che:

  • Caio Giulio Cesare istituì una terza sodalitas dei Luperci, che intitolò a sé stesso, i Luperci Iulii (Cassio Dione e Svetonio);

  • durante i Lupercali dell’anno 44 a.C. (quindi, poco prima delle idi di marzo), il luperco Marco Antonio uscì dal gruppo dei Luperci che correvano nudi intorno al Palatino e balzò sui rostri offrendo una corona intrecciata d’alloro, simbolo di regalità, a Caio Giulio Cesare che, vista la reazione negativa del pubblico, la rifiutò e la fece portare in offerta al tempio di Giove in Campidoglio (Plutarco).

Infine, i Lupercalia si sarebbero conservata per oltre dodici secoli (!) se si pensa che papa Gelasio in una sua lettera lamenta che a Roma durante il suo pontificato (negli anni tra il 492 e il 496) si celebravano ancora i Lupercali –a un secolo dalla proibizione dei culti romani decretata per legge dall’imperatore Teodosio I - anche se sembra probabile che il significato sacrale della festa fosse andato ormai perduto. xxiv

Le insegne di Roma

Alla fine di questo lungo viaggio a ritroso nella storia, appare ormai chiaro lo stretto legame che corre tra le origini della Città e il lupo, che era un animale totemico dei populi Albenses e divenne, attraverso le vicende di Remo e Romolo, il simbolo di Roma, oggetto di un vero e proprio culto nella religiosità popolare.

I signifer, i legionari scelti che portavano le insegne di Roma, erano plausibilmente romani dell’Urbe e indossavano pelli di lupo per richiamarsi alle origini della Città e ricordare a tutto il mondo che da lì aveva avuto origine la sua potenza: dal Lupercale, alle radici del Palatino.

I signifer che indossavano pelli di orso (peraltro, animale totemico per eccellenza fin dai tempi del paleolitico) appartenevano, invece, a popoli appenninici - che lo veneravano come proprio animale totemico- sottomessi militarmente dai Romani durante le guerre italiche, ma successivamente integrati come cives dell’impero romano e chiamati a combattere per la gloria di Roma.

 

Bergamo, giugno 2012

Dante Goffetti

 

1

i Alberto Angela, Roma - Milano, 2010.

ii Impero. pag. 111.

iii Gli aquiliferi, inoltre, erano generalmente pretoriani, mentre i signiferi erano legionari (http://it.wikipedia.org/wiki/Signifer).

iv Massimo Pallottino, Origini e storia primitiva di Roma, 2000, pag. 121.

v Origini e storia primitiva di Roma, pag. 130.

vi E’ la tesi dell’archeologo Muller-Karpe.

vii A. Ziolkowski, Storia di Roma, 2006, pag. 16.

viii Origini e storia primitiva di Roma, pag. 74.

ix Storia di Roma, pag.16-17.

x La fondazione di Roma, Alexandre Grandazzi, 1993, pag. 178.

xi La fondazione di Roma, pag.178-179.

xii La leggenda di Roma, Andrea Carandini, pag.355-356.

xiii La fondazione di Roma, Alexandre Grandazzi, pag. 179

xiv Ibidem, pag. 240-241

xv Roma: il primo, giorno, pag. 17.

xvi “La Velia, alla fine del mondo antico, era ormai ridotta a una sella tra Palatino ed Esquilino.” (Origine e storia primitiva di Roma, pag.127) Essa fu definitivamente spianata negli anni ’30 del secolo scorso, in piena epoca fascista, quando fu costruita la Via dei Fori Imperiali (N.d.A.)

xvii Origine e storia primitiva di Roma, pag. 127.

xviii Origine e storia primitiva di Roma, pag. 129.

xix Roma: il primo giorno, pag. 92.

xx Roma: il primo giorno, pag. 97.

xxi Ibidem.

xxii Cataldi, 1992, citato da A.Carandini in “La leggenda di Roma”, pag. 482.

xxiii Andras Alfoldi, “Die struktur der voretruskischen Romerstaates, 1974 (citato da A. Carandini, ne “La leggenda di Roma” pag. 480).

xxiv Dalla voce “Lupercalia” su Wikipedia.