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Nel Consiglio di Fabbrica della Belleli (1976 – 1980)

Premessa

“Belleli. Una fabbrica tra storia e memoria” è il titolo di un libro pubblicato dalla FIOM-CGIL di Mantova nel gennaio 2006. Il libro è stato “costruito” con il supporto tecnico-scientifico dell’Istituto Mantovano di Storia Contemporanea (IMSC), che ha raccolto e redazionato sei interviste a ex-delegati del Consiglio di Fabbrica (CdF) di fine anni Sessanta-anni Settanta, una intervista al fondatore della Belleli, signor Rodolfo Belleli (chiamato rispettosamente “il Vecchio” in fabbrica all’epoca), un’ultima intervista a Doriano Piva, anch’egli ex delegato del  CdF, per la parte che riguarda il periodo della amministrazione controllata fino alla nuova gestione (anni Novanta). Il libro inizia con un saggio- di un giovane ricercatore dell’IMSC - che ricostruisce la storia della fabbrica dalle sue origini “facendo ricorso a fonti di archivio e a stampa, prima fra tutti la raccolta ”L’Elettrodo” (la rivista del Consiglio di Fabbrica)” e si conclude con un saggio del ricercatore storico Eugenio Camerlenghi, “Forme d’industrializzazione in un territorio ad economia agricola”, con un’appendice documentaria.  

Io ho fatto parte del Consiglio di Fabbrica della Belleli, Industrie Meccaniche S.p.A, dall’autunno 1976 all’agosto 1980 (quando fui licenziato in seguito alla provocazione di un crumiro). E poiché qualcuno dei miei vecchi compagni del CdF mi cita nella sua intervista, mi sento stimolato – e “legittimato” – a rendere la mia personale testimonianza su quel periodo, testimonianza che ovviamente non è la “verità” ma una parte della verità: una verità di parte, una verità “partigiana” perché – come scrisse Gramsci – “Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano (…) Vivo, sono partigiano.”

Come entrai a far parte del Consiglio di Fabbrica

Quando il nuovo Palazzo Uffici fu completato e ci dissero che ci saremmo trasferiti lì, pensai che stava per arrivare l’ora della riscossa. Dopo circa due anni (ero stato assunto il 1° aprile 1974) passati in condizioni di semi-isolamento nella stanza della Portineria Sud adibita a ufficio per noi tre giovani neo-addetti dell’Ufficio Personale, il trasferimento nel Palazzo Uffici significava per me poter essere in mezzo ad altri lavoratori, poter intessere relazioni, riconquistare spazio di agibilità politica.La concentrazione di oltre 300 impiegati nel nuovo edificio si prestava alla propaganda sindacale, all’opera di proselitismo e di organizzazione per gli interessi di classe.

Il CdF, che era sempre attento alle riorganizzazioni dei processi produttivi e alle modificazioni della composizione della forza lavoro, l’aveva capito bene e indisse le elezioni per il rinnovo del Consiglio con il dichiarato proposito di ampliare la rappresentanza degli impiegati.

All’epoca i delegati venivano eletti direttamente dalla “base” dei lavoratori, precisamente da quello che si chiamava il “gruppo omogeneo” (cioè un insieme di lavoratori accomunati dalle stesse condizioni di lavoro). Tra gli impiegati i gruppi omogenei erano costituiti per lo più da disegnatori tecnici e altre figure professionali che lavoravano in uno stesso dipartimento/direzione tecnica. Io non facevo parte di un gruppo omogeneo ma di un insieme composito costituito dagli addetti all’Ufficio Paghe, alle portinerie, alle fotocopie e ad altri servizi aziendali, più le segretarie dell’Ufficio Personale. Fui eletto perché ero un “dottore” (un laureato), sapevo parlare e tutti avevano capito che stavo dalla parte dei lavoratori e non del padrone (e proprio per questo, non potendomi licenziare per via dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, l’Azienda mi aveva relegato in una posizione di marginalità, inventandosi per me la mansione di Ufficio Studi della Direzione del Personale, che precedentemente non esisteva in azienda).

Avevamo fatto un lavoro preparatorio attraverso riunioni semi-segrete fuori dall’orario di lavoro in anonimi bar della zona industriale frequentati dagli operai che abitavano nei dintorni (al Frassine, Formigosa, Castelletto, ecc.). Avevo preso contatto con i componenti del CdF che mi sembravano meno ideologici e più aperti, in particolare con Giancarlo Bellelli (un ex-artigiano passato alla condizione di operaio perché, per motivi di salute, non ce la faceva più a piastrellare e levigare pavimenti inghiottendo polveri nocive) e con Giatti, un socialista, un vero socialista. Alla prima riunione trovai, con mia grande sorpresa, anche l’ingegner Gino Mori [uno dei sei intervistati del libro], un neo-assunto che aveva un anno più di me, che non mi sarei aspettato di trovare lì perché a me pareva un perbenista. Era stato invitato alla riunione da Giulio Tolazzi [un altro degli intervistati del libro], un tecnico che era una delle figure storiche degli impiegati sindacalizzati della fabbrica e, di fatto, una delle colonne portanti del Consiglio. Un picì-ista berlingueriano convinto (come li chiamavamo allora), ovvero un ostinato ed indefettibile portatore della linea del PCI berlingueriano dentro quell’organismo operaio che, a volte, rischiava di entrare in rotta di collisione con la linea del partito perché troppo sensibile ed aderente alle esigenze (e anche alle contraddizioni) della base operaia. A quelle riunioni partecipò anche – mi sembra – Bedoni, un giovane operaio socialista che univa alla saggezza popolare campagnola una fiducia sfrenata nella riformabilità della società capitalista. 

Superato l’imbarazzo iniziale, dopo aver ricevuto garanzie formali sulla segretezza dei partecipanti e dell’oggetto della discussione, la riunione proseguì. Concordammo una linea d’azione per promuovere la diffusione dei consensi al sindacato tra gi impiegati e costituimmo il “Comitato per l’Unità tra gli operai e gli impiegati”. Scrivevamo volantini insieme, in cui si parlava di qualifiche, di professionalità, e si denunciavano le discriminazioni e l’autoritarismo dei dirigenti, e i compagni del CdF li diffondevano agli impiegati davanti all’ingresso del nuovo Palazzo Uffici. Poi, com’era stato programmato, furono indette le elezioni per il rinnovo del Consiglio coinvolgendo anche gli impiegati.

Oltre ai soliti 20-22 delegati degli operai, furono eletti 10 delegati degli impiegati, uno ogni 30, con un incremento di 6 rispetto a prima: un successo. Il CdF era contento, l’Azienda invece preoccupata. E’ vero che qualcuno dei nuovi delegati degli impiegati si ritirò quasi subito, o sotto le pressioni – e le offerte – padronali o perché si rese rapidamente conto che il CdF non era un organismo di concertazione ma un organismo rivendicativo, antagonista, più propenso alla lotta che al compromesso.

Io fui eletto, come anticipato, e cominciai il mio percorso politico-sindacale nel Consiglio di Fabbrica della Belleli, che sarebbe durato per circa 4 anni, fino all’estate del 1980.

La tessera della FLM

Alla fine della prima riunione del CdF, un paio di componenti storici dell’Esecutivo (“stalinisti”, si dichiaravano) mi chiesero che tessera sindacale avessi. Gli risposi che non avevo alcuna tessera e che non intendevo prenderla. Mi guardarono allibiti e mi dissero ridacchiando: “non si può non avere una tessera, è un problema di finanziamento del sindacato e di rapporti di forza tra noi e gli altri sindacati” (dove “noi” stava per la FIOM e “gli altri sindacati” significava la FIM e la UILM). Gli obiettai che, durante il movimento dei Consigli Operai a Torino nel 1919-1920, Antonio Gramsci aveva sostenuto che i Consigli dovevano essere aperti anche agli operai senza tessera sindacale. Mi guardarono un po’ meravigliati del tenore della mia risposta, poi mi dissero qualcosa del tipo: “Sì, è vero, va bene, però qui è meglio che tu ti schieri e prendi una tessera, quella della FIOM, che è quella della grande maggioranza dei lavoratori qui dentro.” Gli risposi che, se proprio non potevo far parte del CdF senza una tessera sindacale, l’avrei presa; intanto, mi lasciassero il tempo di informarmi e di riflettere.

Qualche compagno fuori dalla fabbrica mi consigliò di fare la tessera della FIM: a Milano molti la prendevano perché la FIM lasciava spazio agli estremisti, ai rivoluzionari e ai dissidenti per cercare di guadagnare terreno in fabbrica rispetto alla FIOM. A me l’idea di tesserarmi FIM non andava: per me il sindacato era la FIOM, ma non volevo essere irreggimentato nella linea che il PCI calava allora nel sindacato attraverso i suoi uomini e le sue strutture.

Così, mentre mi arrovellavo sul che fare, confrontandomi con compagni, delegati di CdF di altre fabbriche e lavoratori che conoscevo, venni a sapere della esistenza della FLM: il progetto di un sindacato unitario dei lavoratori metalmeccanici, un progetto grandioso ma con gambe fragili, come risultò chiaro nella pratica qualche anno dopo.1

Ma, in quel momento, l’idea mi affascinò: un sindacato che unisse tutti i lavoratori indipendentemente dalle appartenenze politiche. E che, per giunta, mi avrebbe permesso di sottrarmi ai dettami di linea della FIOM-PCI e di poter cercare di praticare la mia linea politica in fabbrica. E già, perché io facevo parte allora di una piccola organizzazione di base costituita da lavoratori e da delegati sindacali e ci proponevamo di portare avanti quelli che, secondo noi, erano gli interessi immediati dei lavoratori inserendoli nella prospettiva della emancipazione storica come classe (la “Commissione Comunista Operaia”, CCO per noi e i nostri simpatizzanti).

Così aderii alla FLM e confermai la tessera per 2-3 anni, fin quando non fu chiaro nei fatti che per quella strada l’unità sindacale non si faceva. E allora decisi di fare l’unità con quelli che mi sentivo più vicini: i compagni delle lotte in fabbrica di quegli anni, i lavoratori della FIOM. Così – mi sembra all’inizio del 1980 - mi iscrissi alla FIOM. Ma durò per poco perché poco prima dell’estate fui licenziato a seguito della mia reazione alla provocazione di un crumiro [“Io personalmente avevo stima di quella persona che è di una intelligenza molto brillante …Lui è stato licenziato dall’azienda con un pretesto. Lui si è picchiato con un impiegato che lo aveva provocato. L’azienda aspettava solo una sua mossa sbagliata.” (intervista a Giulio Tolazzi, pag. 98)].

Il Comitato Ambiente

“Dopo abbiamo diviso [N.d.A.: sic!] il Consiglio di Fabbrica per settori, diciamo così, abbiamo fatto le commissioni: la commissione ambiente, la commissione qualifiche. Io sono rimasto in quella dell’ambiente, mi ricordo che anche lì l’ambiente era più che altro la sicurezza. Appena nato il Consiglio di Fabbrica, si è fatto il direttivo di dodici persone, e nelle dodici persone si era fatta una segreteria veloce, diciamo così, se c’era qualcosa di urgente.” (intervista ad Aldo Sanguanini, pag. 59).

Quando nel CdF appena rinnovato si parlò di come strutturarci in commissioni, io mi proposi per il comitato ambiente. Le ragioni per cui scelsi il comitato ambiente erano sostanzialmente due:

  • la prima, che avrei potuto entrare nei reparti, rendermi conto di persona delle condizioni concrete in cui lavoravano gli operai, parlare con gli operai, cercare di intessere relazioni e rapporti che potessero essere utili per la piccola organizzazione di base che, nel frattempo, avevamo costituito tra giovani delegati e lavoratori di varie fabbriche )la CCO, di cui ho già detto);
  • la seconda, che vedendo che il PCI puntava ad entrare nell’area di governo offrendo in cambio ai padroni e alla DC il controllo – e il contenimento – delle lotte operaie, pensai: “Possono fermare le rivendicazioni salariali, ma non possono certo pretendere che gli operai rischino la vita e la salute in fabbrica per il misero salario che gli danno.”

Sul proposito di controllo del PCI sulle lotte operaie avevo visto giusto. Un compagno della cellula del PCI (di soprannome “Pucci”) mi disse un giorno: “Prima, quando c’era un problema nei reparti, andavamo direttamente a parlarne all’ufficio del personale. Adesso, prima dobbiamo passare dalla cellula e poi, se ci dà il consenso, allora andiamo all’ufficio del personale.”

Avevo ragione anche sul fatto che in una fabbrica con una presenza sindacale radicata come quella della Belleli, in cui il CdF esisteva dal 1970 e con tutte le lotte che erano state fatte per la sicurezza sul posto di lavoro, l’ambiente sarebbe rimasto un terreno di lotta aperto.

Il rinnovo del CdF dell’autunno 1976 fu anche l’occasione per ripensare l’organizzazione delle commissioni e aggiornare i loro compiti. In Consiglio fissammo un periodo di tempo entro il quale le commissioni avrebbero fatto un bilancio della esperienza maturata sin lì e valutato come meglio lavorare alla luce delle modificazioni intervenute in fabbrica e, starei per dire, nel “sociale”.

Io ero contento di essere nel comitato ambiente con i “carrarmati”: alcuni dei compagni operai che avevano fondato il CdF e che si erano temprati nelle lotte politiche e in fabbrica . Avevo molto da imparare da loro sulla organizzazione del lavoro in fabbrica, sulla mentalità degli operai, come si conduce una  lotta rivendicativa e come si cerca di trasformarla in lotta politica. [N.d.A. Sono grato soprattutto a Pietro Lusuardi, che considero il mio maestro della lotta in fabbrica, e a Giancarlo Bellelli, che mi ha insegnato che in fabbrica ci sono vari strati di operai con un atteggiamento diverso verso il sindacato e con una diversa attitudine e capacità di lotta].

Ma anch’io avevo delle cose da dire, tant’è che ribattezzammo la commissione ambiente con il nome di “Comitato per la salute degli operai e dei lavoratori in fabbrica e nel territorio”. Un programma che non giunse mai alla estrinsecazione sul territorio perché, quando provai una volta a sollevare in consiglio il problema della elevata incidenza di malattie tumorali tra i residenti nella zona industriale, un compagno mi zittì chiedendomi se volevo che ci licenziassero tutti.

L’aspetto quotidiano del lavoro del comitato ambiente era quello del “pronto intervento”. “C’era uno che si chiamava Goffetti che chiamava questa commissione la <Volante Rossa> perché  era sempre impegnata tutti i giorni, giorno e notte.” (intervista a Pietro Lusuardi, pag. 73).

In realtà, io chiamavo il Comitato per la salute “Volante Rossa” perché, nella mia fervida immaginazione di giovane ribelle nei confronti del sistema capitalista, cercavo di innalzare le piccole lotte proletarie del presente ricollegandole idealmente ad episodi e figure mitiche dell’epopea del Partito Comunista Italiano, dalla fondazione alla lotta clandestina in regime fascista, fino alla Resistenza e oltre.2

La lotta al decapaggio

Il compagno Pietro Lusuardi si è ricordato di me, nel corso della sua intervista, nel bel mezzo di un flusso di ricordi sul reparto decapaggio.

“Avevamo un impianto di decapaggio ; perché la Belleli ha avuto un periodo di produzione, negli anni Ottanta, in cui faceva le lance per perforare, per scavare il petrolio e lì avevamo un impianto di decapaggio dove si usava soda caustica, acidi, eccetera. E anche lì poi dopo usciva tutto il liquido che doveva avere come un periodo di decantazione, in modo che l’acqua quando usciva nel lago doveva essere buona anche per questa cosa qui, anni su e giù. [qui c’è la frase riportata in precedenza, in cui Pietro ricorda “uno che si chiamava Goffetti”] Lì infatti avevano fatto l’impianto di decapaggio in un vecchio capannone: ora, tutti sanno che l’acido è corrosivo, quindi il capannone è vecchio, l’acido corrode … e il gas dell’acido con la gente che lavorava lì. Era una roba poco simpatica e tutti i giorni c’era da fermare e riavviare il reparto, così. Alla fine però ha smesso, perché dopo (le lance) non le hanno più fatte, finite le commesse, e quel lavoro lì è continuato in un altro reparto dove c’erano i rivestimenti anticorrosivi. Un’altra roba molto nociva ed anche lì c’erano i cosiddetti liquidi che adesso sono comunemente definiti nocivi. Sono quelli che si trovano nei bidoni, nei barili; la Belleli ne aveva qualche decina di tonnellate, però andavano smaltite, veniva la ditta apposita. Solo dopo però che si è riusciti ad avere un certo accordo, eccetera, quindi prima non si sapeva dove andava quella roba lì, tanto per essere chiari.” (intervista a Pietro Lusuardi, pag. 72-73)

Il vecchio capannone che fu adibito al decapaggio si trovava nella cosiddetta “valle”, cioè più in basso rispetto alla spianata artificiale su cui erano stati costruiti i vari capannoni della Belleli (la meccanica, la carpenteria pesante, la caldareria, i controlli non distruttivi, ecc.). Entrò in funzione verso la fine degli anni Settanta (di questo sono sicuro perché in quegli anni facevo parte dell’Esecutivo del CdF). Era un reparto ad alta nocività ambientale: il cuore del reparto era costituito da una enorme vasca piena di acidi in cui venivano immerse le aste (le “lance”) per la perforazione petrolifera sottomarina allo scopo di disincrostarle da ogni impurità prima di passare ad una fase successiva della lavorazione in cui le aste, così ripulite, venivano rivestite di una copertura anticorrosiva (per resistere alla salsedine degli oceani in cui si trovavano le piattaforme di perforazione petrolifera).

Per gli operai che, su più turni, lavoravano lì, il decapaggio era un girone dell’inferno dantesco, sempre pieno di micidiali vapori acidi promanati dalla vasca. La richiesta degli operai – naturalmente fatta propria e sostenuta dal CdF – era quella di dotare il reparto di un adeguato impianto di aspirazione dei vapori acidi. Ma l’Azienda nicchiava per via dei costi che avrebbe dovuto affrontare per installare l’impianto e continuava a ripetere che le mascherine individuali fornite agli operai bastavano ad eliminare i rischi per la salute. Gli operai non erano d’accordo e il contenzioso era permanente e acceso.

A un certo punto, quando la lavorazione sembrò stabilizzarsi e si stabilizzò anche la squadra degli addetti, fu eletto delegato del reparto Gianni Grossi, un giovane operaio con cui eravamo stati amici anni addietro, prima che ci perdessimo di vista quando lui andò a fare il calciatore semi-professionista in una squadra del Meridione.

Gianni era combattivo e intraprendente, e non si rassegnava al fatto di passare le sue giornate di lavoro in mezzo ai vapori acidi del decapaggio. Così si diede da fare per cercare una soluzione. Prese contatto personalmente con un compagno che lavorava all’Ufficio Igiene del Lavoro (in via Cesare Battisti, a Mantova). Questo compagno gli disse che c’erano delle “pompette” in commercio che misuravano il livello di concentrazione degli acidi nell’aria e che, quando arrivavano alla soglia limite, emettevano un segnale luminoso. Gianni riuscì a procurarsi una di quelle pompette (non ricordo se acquistandola o perché gliene regalò un “campione” quel compagno stesso). Poi cominciò a fare le sue prove in reparto e verificò che c’era una corrispondenza quasi perfetta tra quando i lavoratori lamentavano di non farcela più e quando la pompetta segnalava il superamento della soglia limite di concentrazione dei vapori acidi.

Quando si fu fatto un quadro chiaro della situazione, venne a cercarmi in mensa, mi disse che aveva bisogno di parlarmi a quattrocchi e così  ci demmo appuntamento in un bar della zona industriale vicino a casa sua. Lì mi raccontò tutta la storia, poi mi chiese –  o meglio, mi disse -: “Che cosa facciamo?” Gli chiesi di valutare se, secondo lui, gli operai erano disposti a – e in grado di – bloccare il reparto quando il livello di nocività era comprovato dalla pompetta. Mi rispose di sì. Allora gli dissi di continuare i rilevamenti con la pompetta, ogni volta che veniva raggiunto il limite far vedere la cosa agli operai – renderli partecipi – e chiedere se erano pronti a entrare in lotta, fermare il lavoro e bloccare la produzione. Gli raccomandai anche di mantenere il segreto sul nostro incontro e i suggerimenti che gli avevo dato (per non espormi più di quanto non fossi già esposto).

Gianni fece un ottimo lavoro. La produzione veniva bloccata dagli operai ogni volta che la pompetta “magica” raggiungeva la soglia limite. L’azienda era infuriata e la cellula del PCI anche, perché  gli operai del decapaggio gli erano sfuggiti di mano e la loro lotta “spontanea” li aveva colti di sorpresa. “Pucci” (che faceva parte della cellula) in mensa mi disse: “Tanto lo sappiamo che dietro ci sei tu.” Io gli risposi: “Discutiamone in assemblea con gli operai.”

E vincemmo. L’Azienda installò un impianto di aspirazione nel reparto (se ben ricordo, progettato e costruito all’interno), che sicuramente non rendeva l’aria pura come in montagna ma che, altrettanto sicuramente, abbatteva radicalmente la nocività del reparto.

Fui molto orgoglioso di quel successo, dovuto interamente alla intelligenza e determinazione di Gianni e al coraggio degli operai che decisero di affrontare una dura lotta praticamente da soli, con il solo contributo dei miei suggerimenti e del mio aperto e pieno appoggio nell’Esecutivo del Consiglio di Fabbrica. Ne sono orgoglioso ancora.

Dante Goffetti, ex- delegato del Consiglio di Fabbrica della Belleli

Bergamo, 8 marzo 2012    


1La Federazione lavoratori metalmeccanici (FLM) è il nome con cui agli inizi degli anni settanta si unirono la Fiom, la Fim e la Uilm, le federazioni sindacali dei lavoratori metalmeccanici aderenti, rispettivamente, alle confederazioni CGIL, CISL e UIL. L'unione avvenne nell'ambito di quella confederale, ovvero la Federazione CGIL, CISL, UIL, di cui fu la più riuscita integrazione a livello categoriale. L'unificazione non fu mai organica, ma, almeno negli anni Settanta, fu qualcosa di più di un semplice patto di unità di azione. In un certo senso, la Flm, di fronte alle esitazioni e agli arresti del processo unitario a livello confederale, ebbe l'ambizione di rappresentare la punta avanzata e uno stimolo verso un più elevato grado di unità sindacale.Quando nacque formalmente nel 1973, la FLM era già una realtà che si era costruita negli anni Sessanta attraverso memorabili lotte e conquiste sindacali, culminate nell'autunno caldo del 1969. La FLM esercitò negli anni Settanta una certa egemonia su tutto il movimento sindacale e fu anche in grado di incidere sugli equilibri politici. Nel dicembre 1977, contro il parere delle confederazioni e dello stesso PCI (che appoggiava dall'esterno il governo), la Flm organizzò un'enorme manifestazione a Roma, che contribuì alla crisi del governo Andreotti III. Con gli anni Ottanta, tuttavia, i rapporti unitari si fecero sempre più labili e la Flm entrò in crisi: nel 1983 le diverse confederazioni firmarono il contratto nazionale, ma con motivazioni separate; nel febbraio1984 si ebbe la rottura per il decreto sulla scala mobile (il cosiddetto "decreto di San Valentino", 14 febbraio). La sigla Flm sopravvisse per qualche tempo, soprattutto a livello di attività internazionale. Ma, alla fine, la separazione si consumò e Fim, Fiom e Uilm si accontentarono di una semplice unità d'azione, non di rado interrotta da rotture su questioni non marginali.

(da http://it.wikipedia.org/wiki/Federazione_lavoratori_metalmeccanici )

2“La Volante Rossa fu un'organizzazione paramilitare attiva a Milano e dintorni nell'immediato secondo dopoguerra, dal 1945 al 1949. Il nome completo era Volante Rossa Martiri Partigiani, comandata dal "tenente Alvaro", soprannome di Giulio Paggio.La Volante Rossa era composta da ex partigiani comunisti e operai che ritenevano di proseguire con le loro azioni la Resistenza italiana. (…) Soprattutto in questo periodo diverse organizzazioni neofasciste, come i Fasci di Azione Rivoluzionaria, operavano per mezzo di azioni violente ed attentati verso esponenti della Resistenza italiana e dell'associazionismo socialista e comunista. Da qui nasceva la necessità di dotarsi di un servizio di protezione. Contro esponenti delle organizzazioni neofasciste la Volante Rossa effettuò attentati e violenze. Creata a Milano, allargò la sua influenza appoggiandosi a strutture locali e estese la sua azione in gran parte dell'Italia settentrionale e centrale.(…) Fu attiva per quattro anni, fino al 1949.”

(da http://it.wikipedia.org/wiki/Volante_Rossa )