Giondue
di Isa Zanotti
Di suo padre conosceva solo il nome e il colore degli occhi, ereditati in un sospirato fremito amoroso sostenuto dalla magia di una agostana notte stellata.
- Che nome date al bambino? - disse l'indifferente impiegato dell'ufficio anagrafe del Comune di Ruotatempo.
LiaRagazzamadre [1], così cambiò il suo nome quando partorì l'anatroccolo, strinse a se il piccolo e acerbo frutto del peccato (brutto come un peccato) e in un sospiro amoroso di mamma disse:
- Di suo padre conosco solo il nome e il colore degli occhi belli: si chiamerà Giondue e avrà gli occhi verdi. Questo è il suo solo bagaglio.
- Quella fu l'ultima volta che Giondue odorò la madre e, presentendo il precoce distacco, cercò il suo seno per ancorare alle papille il sapore di lei. Per anni cercò quell'odore e sapore nelle donne che incontrava con la speranza di riviverne il ricordo, così lontano da diventare ancestrale, ma nessuna accettò di accogliere quel piccolo anatroccolo e non venne mai adottato.
Quando lasciò l'orfanotrofio stette li, davanti al portone, bello come il sole - senza sapere che così Liaragazzamadre chiamava dio Gion - bello come il sole in quella giornata d'agosto. Davanti a se il sentiero di una vita tranquilla: il lavoro sicuro che gli aveva procurato il Direttore, un rifugio nel bilocale del comune, due valige e il ricordo ancestrale di lei. Non doveva far altro che andare alla fermata dell'autobus, raggiungere la nuova casa, liberare i ricordi dei giovani ex compagni del primo viaggio assiepati nelle valigie e prepararsi per il Grande Giorno Dopo: l'inizio del nuovo lavoro.
Ma qualcosa tratteneva i suoi passi, gli serrava lo stomaco come quando incassava un pugno di rissa; annebbiava la mente come l'effetto di una sbornia proibita; indolenziva i muscoli come una lezione di ginnastica a scuola. Nessuno mai gli aveva spiegato cosa fosse la paura del domani, non aveva mai avuto un domani ! Ma adesso era li, dispiegato davanti a lui, lui che se ne stava - bello come il sole - davanti al portone dell'orfanotrofio.
Incamminarsi verso il suo domani, che non ha ieri ma solo un oggi, era la cosa da fare e non poteva un autobus trasportarlo sulla traccia del suo tempo, ma le sue gambe: la meta non era il domani ma il viaggio.
Nel lento evolversi delle stagioni attraversava pianure varcando confini, guadava i fiumi orientandosi nei boschi e navigava per mari; imparò linguaggi svolgendo lavori, gustò cibi e amò donne riempiendo e svuotando le sue due valigie di doni sempre diversi.
Era il mese di agosto e lui se ne stava li - bello come il sole - seduto nella piazza di Ruotatempo a osservare, distratto, il via vai delle donne affaccendate al mercato nelle loro faccende di donne. Il brusio delle voci svuotava la mente, il calore del sole scioglieva l'asfalto liberando vapori ed odori che annebbiavano la vista e l'odorato. Assonnato lasciava cadere le palpebre e nelle orecchie un lontano cicaleccio di cicale sfaccendate. Non fu un odore o un sapore o un rumore ad attizzare i suoi sensi, ma il sentore sulla pelle che qualcosa stava per accadere: aprì gli occhi e un ombra sfumata lentamente prendeva contorno, colore, sostanza.
Era li, davanti a lei - bello come il sole - in una calda giornata d'agosto e lentamente apriva gli occhi.
Di suo padre conosceva solo il nome e il colore verde degli occhi belli, belli come quelli in cui adesso si vedeva riflessa dentro. Liaragazzamadre riconobbe il bagaglio che gli aveva affidato:
- Giondue ! - chiamò
e fu abbastanza per accogliere il suo slancio nell'abbraccio di mamma.