Strade di pozzanghere

Marco Serra Tarantola editore
2003
88-88507-43-4
169
€ 13,00
Nadia Campanelii, insegnante alle superiori e mompianese doc, ha lo stile, la partecipazione umana, l'afflato personale giusti per raccontare della Mompiano che fu. L'aiuta anche l'età: come tutti i cinquantenni, infatti, Nadia Campanelli appartiene alla generazione passata dalla fame alla dieta. Lei ha sperimentato cos'è il gabinetto nel cortile, la brina alle pareti della camera da letto, la casa riscaldata con una stufa a legna, la farina di castagne, l'educazione sentimentale fra cortili e campi appartati. Lei ha saputo cosa significa avere genitori emigranti, zie nubili affettuose, vicini ricchi che mettono soggezione.
"Strade di pozzanghere" è un racconto personale e corale al tempo stesso, in cui l'autrice ha convocato i fantasmi del suo passato nella casa dei ricordi, quella casa che «Non ha muri, ma solo porte e finestre dalle quali possono entrare la luce del giorno o il buio freddo della notte». Nadia Campanelli ha fatto i conti con la propria infanzia e adolescenza, offrendoci al tempo stesso un ritratto vivido e convincente della Mompiano post-bellica, in bilico fra paese periferico e promessa di città.
Scandito per brevi capitoli il libro, che si legge d'un fiato, parte dalla missione pionieristica della famiglia Campanelli, che va a insediarsi in una zona ancora inedificata del quartiere, e racchiude i tratti di un originalissimo lessico familiare. C'è il padre che affresca la nuova casa con scene di caccia medievale e fiamme infernali che turberanno gli ormoni della moglie e i sonni dell'ultimogenita. Ci sono le condizioni precarie, con la casa inizialmente senza luce e acqua, e le minacciose alluvioni, e il quartiere che attorno nasce poco per volta, a forza di lavoro infantile e muliebre consumato nei giorni di festa. Ci sono figure leggendarie, come la nonna esperta nel guarire i polli scartati da un vicino allevamento, o i vicini di casa dai nomi ideologici (Benito, Romano ed Etiopia, decidete voi la parte politica), c'è la follia di Clelia che inquieta l'intero quartiere, c'è la vicenda del nonno massacrato di botte dai fascisti, e del padre che fa il partigiano in Jugoslavia, ci sono i sogni di gloria cinematografici della sorella maggiore, le aspirazioni musicali del fratello, e le insonnie infantili della sorellina.
Anche Nadia Campanelli, come nel film di Bergman, ha un suo privatissimo "posto delle fragole" che ha il sapore del tempo perduto. A rievocarlo basta il profumo del fieno taglìato, del mosto in autunno, della stalla d'inverno. Bastano le storie dei suoi compaesani più eccentrici: la brutta Ronconi a cui l'aspetto esteriore assegna un'immeritata fama di malvagità; Maolòt col suo specialissimo rapporto con la collina e il bosco, Rosina e Carlì Patusi in cui l'umiltà sconfina in una nobile accettazione del proprio infimo destino sociale, oppure il quasi mitologico Sul, l'uomo del bosco. Per non parlare di Gianni Ortolà, inflessibile comunista pianto e pregato dalle suore, o Rosa Rosari che si diceva parlasse con gli angeli, o la zia Maria Novena, celebre per la capacità di impetrare grazie per i suoi compaesani, donna umile e ortolana che confondeva l'odor dì santità con quello di frutta troppo matura. O ancora la vicenda cupa di Iolanda l'epilettica, che fugge di casa senza dare più notizie di sé.
Davvero in queste pagine Nadia Campanelli ci restituisce una Momipiano inimitabile, non più paese e non ancora città. E ci restituisce un personalissimo senso del tempo, struggente e malinconico. Crescere, per lei, è smettere di avere i lividi alle ginocchia. L'adolescenza è quel periodo in bilico fra l'essere bambina e l'essere donna, «Quel periodo strano in cui non senti di appartenere a nessuno di quei mondi e attendi che qualcuno ti noti e ti dica chi sei». Su tutto domina un sentimento: la malinconia, che sgorga da chi rivisita le stanze del passato illudendosi di ridare un senso al propri giorni di oggi. E intanto, però, arricchisce il museo d'ombre del nostro passato prossimo con una galleria di personaggi indimenticabili.
Massimo Tedeschi