Uomini e orsi
Ferragosto a Compiano, sull'Appennino parmense, ma in questa terra ghibellina, come ci spiega uno storico del posto, ci si è sempre sentiti più vicini a Piacenza e a Cremona che alla città di Maria Luigia. E poi, dai monti spira sin qui l'aria salmastra di Liguria che frizza nel naso. Le tradizionali risorse del posto stavano nei boschi: funghi, castagne e certe bacche del mistero che servivano a farci l'inchiostro (e chissà quali altri intrugli). Gli uomini di qui ne riempivano brente da caricarsi sulle spalle e da portare a vendere in Francia. Rimanevano via per qualche mese e poi facevano ritorno alle loro case con la testa piena di grilli. Qualcuno os[ i ] [1]ò spingersi più in là, verso l'Oriente, i Balcani, la Russia e viaggiò in compagnia degli zingari per le strade d'Europa, conducendo con sè bestie ammaestrate: cani, scimmie, cammelli, ma soprattutto orsi ballerini. Li chiamavano Orsanti. Di uno di questi mitici girovaghi Attilio Bertolucci, traducendo l'Ezra Pound imagista, ci ha tramandato uno splendido dagherrotipo senza tempo, virato color seppia, scattato in Provenza durante un acquazzone: Fu in cima alla strada che disse/ Ne avete visti altri dei nostri,/ con scimmie o orsi?/ Un tipo bruno, dritto,/ non come i meticci,/ sulla strada bagnata presso Clermont./ Il vento venne, e la pioggia,/ e la nebbia s'ispessì sugli alberi della valle,/ e io avevo dietro le lunghe strade,/ la grigia Arles e Beaucaire,/ e lui disse: Ne avete visti altri, dei nostri?/ Ne avevo visti tanti dei suoi/ sin da Rodhez,/ che scendevano dalla fiera/ di San Giovanni,/ con carozzoni, ma neppure un orso o una scimmia.
Uomini con orsi e scimmie? E chi li vide mai?
Sino a poco fa la gente di queste parti negava ogni cosa e nascondeva, come un'inconfessabile vergogna, la propria discendenza dagli Orsanti. Ma negli ultimi anni il segreto s'è infranto e dai cassetti di credenze e tavolini dimenticati nelle case di famiglia di queste spopolate ghost town appenniniche (Compiano e Bedonia) sono finalmente uscite le prove. Foto foto d'epoca, ingiallite, con carrozzoni viaggianti e animali esotici al seguito, ritratti di nonni che tengono al guinzaglio buffi plantigradi in museruola appoggiati a bordoni da pellegrino. Documenti che illustrano incredibili storie di emigranti e giramondo, tramandate oralmente e trascritte di fresco in forma di romanzo da Arturo Curà, autentico genius loci che vive a Bedonia ed è autore di un'epopea degli Orsanti, narrata in un libro pubblicato nel settembre 1998 dall'Artegrafica Silva di Parma. Un testo necessario, ma introvabile, a meno che il caso non vi abbia condotto da queste parti. Il romanzo di Curà spalanca le porte di un mondo avvincente e misconosciuto, che mai avreste potuto immaginare. Nel Prologo si legge: Fare l'Orsante era diventato poco alla volta un mestiere, quasi una necessità per i maschi di questi paesi (frazioni che gravitavano attorno ai centri di Bedonia, Compiano e Bardi), l'unica alternativa al vivere stentato di comunità contadine poverissime. Così uomini della terra si trasformarono in gente di spettacolo e curiosamente la strana tendenza si radicò fino a diventare ereditaria. Partirono a centinaia, lasciando mogli, figli, fidanzate, genitori, stalle e campi, per diventare ammaestratori di animali, saltimbanchi e musicanti senza meta.
Il modello è da cercare, io credo, nelle avventure da circo dei Fratelli Zemganno di Edmond De Goncourt (1879). Altro romanzo irreperibile (l'ultima traduzione italiana, a me nota, risale all'aprile 1945), del quale si consiglia vivamente la lettura: stesse vite randage, stessa cura perfezionistica per i dettagli del reale.
Nella chiesa sconsacrata di San Rocco, in Compiano, la tenacia di una donna guerriera, Maria Teresa Alpi, è riuscita a creare, in pochi anni di moto perpetuo, un piccolo Museo degli Orsanti, che conserva gli impossibili cimeli di quest'arte girovaga esercitata da chi volle allontanarsi dalla piccola Valle del Taro per smarrirsi nelle immense vie del mondo: scimmiette impagliate, una pipa-orso, un'antica ghironda da suonatore ambulante col manico scolpito a testa di donna, organetti di barberia ancora perfettamente funzionanti, la gabbietta orfana degli uccellini che -in cambio di una moneta- ti porgevano col becco i pianeti della fortuna, le infime suppellettili che venivano ammassate nei carrozzoni di quei nomadi irrequieti, e ancora... gli incredibili testi vergati a mano e firmati con segni di croce di quegli sciagurati contratti ottocenteschi con i quali padri di famiglia (spinti da una miseria nera) affittavano -per la durata canonica di trenta mesi- i propri figli ancora adolescenti a certi diabolici vagabondi diretti verso paesi lontani e sconosciuti, e ancora... e ancora... ingrandimenti di leggendarie fotografie di ammaestratori d'animali, sbucate chissà da quale remoto e polveroso angolo della Valle.
Lo so io, lo so io, cosa mi è costato (di tempo, fatica e soldi) raccogliere tutte queste cose -dice, energica, la Alpi- e adesso la Provincia di Parma deve stamparmi -come promesso- il catalogo del Museo e deve farci venire qua in visita tutte le scuole.
Il biglietto d'ingresso costa solo tre Euro, le cartoline -in vendita al banco dell'entrata- due. Sognare, al Museo degli Orsanti, è una faccenda a buon mercato. Il custode dei sogni, qui a Compiano, si chiama Michele Bocelli. Se ne sta in contemplativo silenzio alla cassa del Museo e con mano sicura schizza su un foglio onirici girotondi di orsi ballerini, domatori con fruste e stivaloni, scimmiette dispettose, suonatori di grancassa e folletti del bosco, soggetti che sembrano usciti da un film di Fellini o di Kusturica. Un paio di coloratissimi ex voto da Orsanti firmati Bocelli sono esposti all'interno della chiesetta di San Rocco. Assolutamente da non perdere.
Conrad
P.S.
Prossimamente pubbicherò anche le foto...