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Alessandro Gennari e il “Gabbia”

Dell’episodio del “Gabbia”, riportato da Corrado Barozzi nel suo scritto “Un occhio in due…continua” (su questo sito), c’è una breve testimonianza di Alessandro Gennari stesso in Rete[ i ]. Si trova nel contesto di una intervista rilasciata da Gennari alla rivista anarchica “A” subito dopo la morte di Fabrizio De Andrè (avvenuta nel gennaio 1999). Eccola.

"Negli anni ‘60, a Mantova, frequentavo il circolo anarchico "Ettore Molinari" [N.d.R.: Luigi Molinari]. E proprio a quell’epoca risale uno spettacolo pubblico, organizzato con altri giovani libertari mantovani: ci ritrovammo con la chitarra a suonare e cantare alcune canzoni di De André: "La guerra di Piero", "La canzone del Miché", ecc. In segno di spregio per il nazionalismo, io mi pulii pubblicamente il naso in una bandiera tricolore. Fui denunciato per "vilipendio della bandiera" e successivamente condannato a 8 mesi in Corte d’Assise. Sorride Alessandro Gennari, ricordando quell’episodio di oltre 30 anni fa."

Prosegue l’intervista: "E ricorda che De André lo conobbe in un modo a dir poco rocambolesco. Era il ‘75 e Fabrizio teneva un concerto a Mantova. Io ero tra il pubblico: ad un certo punto si interruppe, si rivolse a me chiedendomi di salire sul palco: pensava di conoscermi già. Non era vero, era solo una sua impressione. Curiosa, però. Venti anni dopo avrebbero scritto un libro a quattro mani ("Un destino ridicolo", Einaudi 1996). E nel libro - ricorda Gennari - quell’episodio è raccontato."

"Ora che De André è morto, Gennari mi parla di un saggio sull’anarchia, che con Fabrizio avevano deciso di scrivere, ancora una volta a quattro mani. Che tipo di saggio, gli chiedo. Gennari si appassiona in una lunga spiegazione sulla necessità di far emergere una "nuova anarchia", considerando chiusa l’esperienza di quella ottocentesca. (…)"

"A Gennari, poeta, chiedo un giudizio sulla poesia di De André. Il ruolo di Fabrizio è stato importante nell’ambito della poesia e della cultura di questi decenni. Né va scordato che negli anni ‘60 e ‘70 c’era una pletora di falsi poeti, che scrivevano parole a caso andando a capo, gente che perlopiù scriveva per ordine dei partiti o delle case editrici. Fabrizio è stato un isolato: un vero poeta."

(da “A” rivista anarchica, anno 29, n.252, marzo 1999)

Cronache della controcultura a Mantova: “Bleu” (numero unico, maggio 1971)

Esattamente quarant’anni fa, a Mantova, usciva il numero unico “Bleu”, un giornalino di 6 pagine stampato in 1000 copie, ad opera di un gruppetto di giovani che avevano come matrice comune l’esperienza politico-esistenziale nel circolo anarchico “Gaetano Bresci”, fondato a cavallo tra il 1968 e il 1969.

Ecco come parla di “Bleu” Claudia Salaris, studiosa del Futurismo e delle avanguardie del Novecento, nel suo libro “Controcultura in Italia 1967-1977. Viaggio nell’underground” (con Pablo Echaurren, Saggi Bollati Boringhieri, 1999, pag. 185-187):

<< Nell’area d’ispirazione situazionista che si espande a macchia d’olio per città e regioni si distingue anche Mantova, dove nel maggio del 1971 appare il numero unico “Bleu”, una testata ripresa dall’edizione anastatica, appena uscita [N.d.R.: reprint a cura di Arturo Schwartz, Mazzotta, Milano, 1970], dell’omonima rivista dadaista mantovana (1920-1921) di Aldo Fiozzi e Gino Cantarelli, con le collaborazioni dell’empireo dadaista (Louis Aragon, Paul Eluard, Tristan Tzara, Francis Picabia, Georges Ribemont-Dessaignes). L’operazione può essere considerata come un détournement editoriale, o un falso (genere che avrà grande espansione nelle fanzine del ’77 e poi con le finte testate de “Il Male”). (omissis) La ripresa della tematica dadaista con il clone di “Bleu” si colloca in una deriva disseminata nell’immensa provincia italiana.>>

Wu Ming: Augusto Masetti, l’uomo che sparò al bersaglio giusto


Il Resto del Carlino lo soprannominò “L’Arabo di Persiceto”, anche se in verità era nato a Sala Bolognese, e a San Giovanni in Persiceto ci si era trasferito solo per fare il muratore. Si chiamava Augusto Masetti, era cittadino italiano, ma per i giornalisti del Carlino doveva essere arabo, per forza, com’erano arabi i nostri nemici di cent’anni fa. Anzi, a voler essere precisi, nel 1911 i nemici dell’Italia non erano proprio arabi, ma turchi, perché lo “scatolone di sabbia” che oggi chiamiamo Libia, allora faceva parte dell’Impero Ottomano. Non a caso, alcuni guerrafondai si dicevano sicuri che gli arabi ci avrebbero accolto a braccia aperte, visto che andavamo a liberarli dal dominio straniero. Si fantasticava di certe lettere scritte dagli sceicchi libici al nostro Governo, per chiedere aiuto contro i despoti turchi. Si diceva che ai tempi dei Romani la Tripolitania era un immenso granaio. Se poi aveva smesso di esserlo, era per colpa dei beduini, che come agricoltori non ci sapevano fare. Pertanto, era compito storico degli italiani tornare laggiù e far rifiorire il deserto. Specie nel cinquantesimo anniversario dell’Unità nazionale, fatale occasione per mostrarsi al mondo forti, uniti e risoluti. Tutte panzane che servirono a giustificare una guerra ingiustificabile, dovuta agli intrallazzi libici del Banco di Roma.

Chi era il “Bernard” di “Un destino ridicolo”?

Nel suo fluviale commento alla mia sintetica ricostruzione della vicenda letteraria di “Un
occhio in due” su questo sito, Corrado Barozzi ricorda, tra l’altro, la figura di Alessandro
Gennari, suo “compagno di strada” (anarchico individualista) e compianto scrittore di romanzi,
prematuramente deceduto nel 2000 a soli 51 anni.

Dopo le poliedriche esperienze degli anni giovanili nei campi della musica, del cinema e della
poesia, alle soglie della maturità Gennari ha curato un’antologia di poesie (“Le poesie che amo”,
1998) ed ha pubblicato tre romanzi: “Le ragioni del sangue” (1995), che gli valse il Premio Bagutta
Opera Prima nel 1996; “Un destino ridicolo” (1996), firmato insieme con l’indimenticato poeta-
musicista Fabrizio De Andrè; e, da ultimo, “La mia seconda vita” (1999).

Uno dei personaggi chiave di “Un destino ridicolo” è Bernard, un anarchico che, dopo La
Resistenza, per non essere “né servo né padrone” aveva scelto la strada perigliosa dell’extra-