Due narratrici per un eroe
Giancorrado Barozzi
Considerazioni sulla replicazione nel folklore.
(In ricordo di Marisa Milani)
Questo è il testo, riveduto e corretto, di una mia comunicazione presentata il 2 aprile 2004 al convegno internazionale di studio “La fiaba e altri frammenti di narrazione popolare” tenutosi all'Università di Padova - Dipartimento di Romanistica.
Dal lontano 1969 presi a registrare al magnetofono alcuni repertori popolari dalla viva voce di narratori del Mantovano. Il metodo con il quale entrai in contatto con i miei informatori fu piuttosto insolito. Mi spostavo con una scassata Cinquecento per i paesi della campagna mantovana chiedendo alle persone che incontravo per strada o al bar se conoscevano qualcuno del posto che sapesse narrare delle fiabe in dialetto. Ricevetti molti dinieghi, ma ottenni anche qualche buona indicazione. A Cesole qualcuno mi suggerì il nome di una anziana signora, Alda Pezzini Ottoni, che un tempo doveva essere stata un'abile narratrice durante i “filòs” (le veglie di stalla). Mi feci indicare la sua abitazione e mi recai direttamente da lei. Alda mi accolse in modo assai affabile e mi trasmise senza porre troppi problemi il suo repertorio di fiabe di magia e storielle di animali.
Uno di questi racconti, che registrai il 23 ottobre 1970, narrava le gesta di un eroe di umili natali il quale vagava in cerca di fortuna per il vasto mondo portando sempre con sé una “badila”, ossia un povero attrezzo rurale, simile a un grosso badile, comunemente usato nei lavori di bonifica dai manovali-terrazzieri che un tempo erano pagati per rimuovere, con la sola forza delle braccia, grandi quantità di terra da spostare con le carriole durante l'escavazione di canali e la costruzione di argini. Il paese di Cesole sorge in una plaga incuneata tra i fiumi Oglio e Po che venne resa fertile dall'attività di bonifica. Di fronte a Cesole, in località San Matteo delle Chiaviche, al di là di un caratteristico ponte di barche rimasto a tutt'oggi in funzione, si trova una delle principali stazioni di bonifica dell'Agro Cremonese-Mantovano, verso la quale defluiscono le acque delle campagne del Casalasco e del consorzio del Navarolo.
Come la maggior parte degli eroi dei racconti popolari raccolti nel Mantovano anche quello della fiaba narratami da Alda Pezzini Ottoni (pubblicata in Barozzi, 1976) si chiamava Giovanni, ma portava in aggiunta il soprannome (o “scurmài”, come un tempo era d'uso tra la gente dei campi) di Sbadilòn. L'appellativo evocava, come s'è detto, un robusto attrezzo di lavoro tipico dei terrazzieri della zona e serviva quindi a designare l'appartenenza del protagonista della fiaba alle file del proletariato rurale. Va tuttavia sottolineato il fatto, alquanto sorprendente, che Sbadilòn non si limitava a maneggiare la “badila” alla maniera dei cosiddetti “taiabèch”(vale a dire: i “tagliavermi” -blasone popolare affibbiato con intenti canzonatori dagli abitanti della città di Mantova ai lavoratori del contado-), ma sapeva avvalersene con la consumata perizia di un antico cavaliere di ventura o di un indomito paladino. A colpi di “badila”, usata a mo' di spada, il nostro eroe sconfisse torme di maghi ostili e, facendo leva su di essa, riuscì a sollevare e a rimuovere senza alcuna fatica la pesante piastra che impediva l'accesso dei mortali al mondo sotterraneo. Una volta disceso agli inferi, Giovanni, detto Sbadilòn, liberò la figlia del re che era stata rapita dai maghi, uccise (a colpi di “badila”) i suoi antagonisti e, prima di porre in salvo la fanciulla, ricevette in dono da lei un anello che si sarebbe poi rivelato prezioso per il definitivo scioglimento dell'intera vicenda. In seguito, il povero Sbadilòn fu tradito dai suoi due infidi compagni d'avventura: Tagliaboschi e Giuanìn Darfìn Màsasincsént, i quali, anziché aiutarlo a uscire dalla buca nella quale si era calato, lo fecero sprofondare di nuovo laggiù, recandosi al posto suo a palazzo reale spacciandosi per i liberatori della principessa. Grazie all'aiuto di un'aquila incontrata nel mondo di sotto e da lui stesso nutrita con la carne dei maghi che aveva appena ucciso, Sbadilòn potè risalire in superficie, ma, per portare a compimento l'impresa, fu costretto ad autoinfliggersi una grave mutilazione: il taglio del tallone, che offrì come cibo all'animale soccorrevole. Alla fine del volo, l'aquila risanò con una magica pozione il piede ferito dell'eroe e ne fece ricrescere la carne. Sbadilòn si recò infine a palazzo reale per reclamare giustizia. Durante un pranzo di gala, nel quale egli serviva a tavola, mostrò l'anello alla principessa, venne da lei riconosciuto come il suo salvatore e, per ricompensa, la ebbe in sposa,mentre i suoi due compagni, smascherata la loro impostura, per ordine del re furono rinchiusi in prigione.
Quando raccolsi questo splendido racconto orale (tipo Aarne Thompson 301) narrato nel colorito dialetto di Cesole non potevo di certo immaginare che, negli anni a venire, storici e filologi avrebbero attentamente riflettuto sulle parole pronunciate da Alda Pezzini Ottoni ricavandone inattese comparazioni e informazioni di notevole interesse folklorico e antropologico (Ginzburg 1989, Bertolotti 1994, Bottani 2002). Tra gli eroi delle fiabe tradizionali da me registrate nel Mantovano, Sbadilòn è quello che ha fatto senz'altro più strada per le lunghe vie del mondo. Le comparazioni, argomentate dagli autori che ho appena citato, hanno saputo porre in luce sorprendenti collegamenti tra la figura di Sbadilòn e i protagonisti di antiche narrazioni mitiche di matrice sciamanica provenienti dal Caucaso, dalla Siberia, dall'India e dall'Islanda.
Nel 1992 il filologo germanico e folklorista J. Michael Stitt, ripercorrendo poi le orme del pionieristico lavoro già dedicato a questo stesso tipo di fiaba da Friedrich Panzer (1910), pubblicò uno studio ampiamente documentato sulle sue varie versioni presenti nella tradizione orale e nella letteratura epica del Nord Europa: Beowulf and the bear's son. Il libro di Stitt rimarca le notevoli somiglianze di famiglia che intercorrono tra la fiaba tipo Aarne Thompson 301, detta anche (e fra poco vedremo perché) “la storia del figlio dell'orso” e un episodio centrale del poema Beowulf, che risale al X secolo. Stitt passa inoltre in rassegna i numerosi legami che intercorrono tra l'episodio dell'uccisione del mostro Grendel e della sua orrenda madre da parte dell'eroe Beowulf, e un ampio corpus di saghe nordiche, giungendo alla conclusione che la tradizione letteraria (poema epico e saghe) e quella orale (Marchen), pur costituendo due realtà assai prossime tra loro, non coincidono del tutto e non possono essere fatte confluire in una sorta di “amorphous tradition-complex” (la definizione è dello stesso Stitt 1992: 207). La tradizione letteraria (di Beowulf) e quella orale (del figlio dell'orso) corrono lungo due distinti canali di trasmissione, che solo in pochi e fortuiti casi si congiungono per poi rientrare però immediatamente nei loro rispettivi alvei.
Un gran numero di racconti orali, esaminati da Panzer (1910) e da Stitt (1992), che narrano avventure assai simili a quelle del nostro Sbadilòn hanno per protagonista un eroe dalla forza sovrumana, nato dalla mitica unione di una donna con un orso. Anche nel Mantovano, nel corso del XIX secolo, fu raccolta e pubblicata da un corrispondente di Domenico Comparetti, l'accademico virgiliano Isaia Visentini, una variante di questo tipo intitolata appunto “Giovanni dell'Orso” (Visentini 1879). I punti di contatto (e di divergenza) tra la versione della fiaba tipo Aarne Thompson 301 rilevata nel Mantovano e tradotta in lingua italiana dal Visentini, e quella che circa cent'anni dopo mi fu narrata a Cesole da Alda Pezzini Ottoni possono essere schematizzati per sommi capi come segue:
GIOVANNI DELL'ORSO
1.
Rapimento della vedova d'un carbonaio da parte di un orso, unione della donna e dell'animale, nascita dell'eroe.
2.
Fuga dell'eroe, giunto all'età di sedici anni, dal palazzo dell'orso.
3.
Incontro dell'eroe con i due compagni: Paletta e Molle.
4.
Arrivo dei tre in un palazzo incantato.
5.
La prima giornata Giovanni dell'Orso e Molle escono a fare provviste. Paletta resta nel palazzo ad accendere il fuoco per cuocere la cena. Paletta rifiuta il cibo ad un vecchietto che poi si trasforma in un gigante e lo bastona lasciandolo tramortito.
6.
La seconda giornata Giovanni dell'Orso e Paletta escono e resta Molle che viene bastonato dal solito vecchietto trasformatosi in gigante.
7.
La terza giornata escono Paletta e Molle. Nel palazzo resta Giovanni dell'Orso il quale con un coltello ferisce a morte il gigante, che riesce a fuggire.
8.
I tre compagni vanno alla ricerca del gigante.
9.
[La sequenza è assente.]
10.
I tre trovano una buca, Giovanni si fa calare dai compagni in fondo ad essa.
11.
Giovanni trova sottoterra tre sale: la prima è piena di ricche vesti e di vettovaglie;
nella seconda vi sono tre bellissime ragazze; nella terza sta il gigante, intento a
dettare il proprio testamento.
12.
Giovanni ammazza il gigante.
13.
[Il dettaglio è assente.]
14.
Giovanni fa uscire tre giovani dalla buca, legandolea una fune che è azionata da Paletta e Molle.
15.
Paletta e Molle complottano per lasciare Giovanni sul fondo della buca e gli negano la corda
per non farlo risalire.
16.
[La sequenza è assente.]
17.
Giovanni vede un'aquila affamata e le offre in pasto carne di “mago”. L'aquila porta Giovanni fuori della buca.
18.
[Il dettaglio è assente.]
19.
[Il dettaglio è assente.]
20.
Giovanni raggiunge i compagni, pensando di vendicarsi per il loro tradimento, ma poi, mosso dalle preghiere delle tre ragazze, li perdona.
21.
Giovanni sposa la più giovane e bella delle tre fanciulle. Paletta e Molle sposano le altre due. Tutti e sei vanno a vivere nel palazzo incantato del Gigante.
SBADILON
1.
[L'episodio è assente.]
2.
Allontanamento dell'eroe dalla casa materna.
3.
Incontro dell'eroe con i due compagni: Tagliaboschi e Gioanìn Darfìn Màsa Sinchsént.
4.
Arrivo dei tre in una casa nel bosco.
5.
La prima giornata Sbadilòn e Tagliaboschi escono a raccogliere legna nel bosco.
Màsa Sinchsént resta in casa ad apparecchiare la tavola.
Màsa Sinchsént viene bastonato da un mago e resta tramortito.
6.
La seconda giornata
Sbadilòn e Màsa Sinchsént vanno al lavoro nel bosco.
In casa rimane solo Tagliaboschi che subisce le percosse del mago.
7.
La terza giornata escono Tagliaboschi e Màsa Sinchsént.
A casa resta Sbadilòn il quale, con la sua “badila”, taglia la testa al mago e ne uccide altri quattro.
8.
I tre lasciano la casa nel bosco e si recano in città.
La città è in lutto.
9.
I tre compagni incontrano il re, il quale li esorta a cercare la figlia rapita, promettendola in sposa al liberatore.
10.
I tre giungono in un prato dove vedono un'enorme lapide.
Sbadilòn riesce a rimuoverla senza fatica, facendo leva sulla “badila”.
Poi egli stesso si fa calare dai compagni nel sottosuolo.
11.
[La triplicazione è assente.]
12.
Penetrato nel sottosuolo, Sbadilòn viene contrastato da altri cinque maghi, che egli ammazza
l'uno dopo l'altro a colpi di “badila”.
13.
Sbadilòn riceve in dono dalla principessa un anello.
14.
Sbadilòn libera la principessa dalla buca,legandola a una fune azionata dai suoi due compagni.
15
Tagliaboschi e Màsa Sinchsént tagliano la corda alla quale era appeso Sbadilòn e lo fanno di nuovo precipitare sul fondo della buca.
L'eroe si salva a stento piantando la sua fida “badila” nel terreno.
16.
Tagliaboschi e Màsa Sinchsént si recano al palazzo del re spacciandosi per i liberatori della principessa.
17.
Sbadilòn trova un'aquila, la nutre con la carne dei maghi e si fa portare da lei in superficie.
18.
Finita la carne di mago, Sbadilòn dàin cibo all'aquila, che lo sta portando in salvo,
un pezzo di carne tagliato via dal suo tallone. Alla fine del volo, l'aquila fa ricrescere, con una prodigiosa pozione, la carne del piede di Sbadilòn.
19.
Sbadilòn fa ritorno in città, si fa assumere come cameriere e, mentre serve a tavola, si fa riconoscere dalla principessa mostrandole l'anello che aveva ricevuto in dono da lei.
20.
Il re fa sedere Sbadilòn a tavola accanto a lui e ordina di imprigionare i suoi due compagni.
21.
Sbadilòn viene vestito da principe e sposa la figlia del re.
Nonostante la presenza di una discreta serie di differenze, la fiaba di Giovanni dell'Orso e quella di Sbadilòn sembrano tuttavia coincidere in parecchi punti, tanto da farle apparire quasi l'una la replica (più o meno fedele) dell'altra. La coincidenza dell'area spaziale (il territorio Mantovano) entro la quale esse furono raccolte, sia pure a circa un secolo di distanza, e la considerazione del ruolo assolutamente essenziale giocato nella loro trasmissione dal canale di diffusione orale, incoraggiano inoltre a sopravvalutare i loro tratti in comune piuttosto che a insistere sulle loro diversità. Per porre in evidenza i punti di contatto tra queste due narrazioni orali non basta in ogni caso limitarsi a compulsare l'ampio catalogo tipologico delle fiabe popolari redatto da Aarne e Thompson. Certo, la fiaba di Giovanni dell'Orso e quella di Sbadilòn rientrano entrambe a pieno titolo nella voce (folk-type) che i “finlandesi” classificano al numero 301, ma tale constatazione, di per sé, non dimostra lapresenza di un vero e proprio rapporto di dipendenza genetica tra queste due performances narrative orali. Della fiaba tipo 301 si conoscono oltre mille “versioni” sparse in ogni continente e narrate in centinaia di lingue diverse. Va da sé che tracce indiziarie così ampie e diffuse non possono essere tutte quante direttamente riconducibili a un identico “programma narrativo”.Vladimir Propp osservò che le classificazioni dei tipi favolistici operate dalla cosiddetta scuola finlandese non rispondevano a criteri veramente obiettivi, tali da distinguere in modo davvero efficace e incontrovertibile un intreccio narrativo dall'altro. “Là dove un ricercatore scoprirà un nuovo intreccio, un altro non vedrà che una variante e viceversa”, fu il salace commento del folklorista russo (1928a, trad. it. 1966: 15). In realtà le fiabe popolari non sono delle entità astratte dotate di uno statuto ontologico, esse non vivono alcuna esistenza autonoma, ma più semplicemente coincidono con l'atto stesso del narrare. La loro trasmissione dipende esclusivamente dai meccanismi e dalle occasioni dell'oralità. Si basa sui concreti processi di apprendimento, adattamento e riproposizione di specifici “programmi narrativi”: un pizzico di abilità mnemonica, una buona dose di collaudate astuzie estetiche e un'ampia gamma di risposte estemporanee date alle sollecitazioni indotte dall'ambiente. La tradizione del racconto orale è una catena di interazioni comunicative che unisce unnarratore in atto (“narratore A”) al suo uditorio, composto non solo da passivi ricettori ma anche da narratori in potenza. Costoro, a loro volta, saranno in grado di replicare (in modo più o meno fedele) il racconto orale appreso tramite l'ascolto delle parole e dell'intonazione della viva voce del “narratore A”, oltre che dall'attenta osservazione dei gesti compiuti da questi durante il narrare. Il “programma narrativo”, una volta acquisito, può rimanere inattivo più o meno a lungo (e persino per sempre), potrà essere dimenticato, condannato ad un inesorabile oblio, ma (nei casi un po' più fortunati) potrà invece essere replicato davanti a un nuovo uditorio e in situazioni propizie alla produzione di una comunicazione orale.
Per dirla in altri termini, ogni fiaba popolare è un “meme” (nell'accezione data a questo termine da Dawkins 1976, trad. it. 1992), ossia è un equivalente culturale del gene, una sorta di virus capace di infettare le menti dei suoi portatori, inducendoli a replicarlo in varie circostanze e a esporre, così facendo, al “contagio” altre persone.
Lo stesso Dawkins ha osservato, per amor del vero, che i “memi” non vengono sempre replicati in forme immutabili e perfettamente identiche a quelle originarie, la loro riproduzione non dà necessariamente luogo a delle copie esatte, ma spesso la duplicazione dei “memi” produce al loro interno delle alterazioni di grado più o meno elevato. In questo processo di replicazione (assai sovente imperfetta) dei “memi” le variazioni che hanno la meglio sui propri antecedenti risultanodi frequente stimolate dalla pressione “darwiniana” dell'ambiente. Ogni modificazione di un “meme” costituisce in definitiva un riadattamento del suo patrimonio interno finalizzato a facilitarne la trasmissione, ossia a renderlo più accetto ad un numero crescente di nuovi (potenziali) portatori.
Tornando al tema delle trasformazioni del nome e degli attributi dell'eroe nelle due versioni della fiaba Aarne Thompson tipo 301 raccolte nel Mantovano è da notare che, nella sua “metamorfosi” da Giovanni dell'Orso a Sbadilòn, il protagonista di questo racconto-meme perde la sua originaria connotazione totemica (divenuta forse incomprensibile ai suoi nuovi ascoltatori) e acquista invece dei connotati sociali più marcati, che lo pongono in sintonia con le nuove aspirazioni di riscatto e con la volontà di emancipazione del proletario rurale.
In un saggio del 1928 dedicato ai meccanismi di trasformazioni delle fiabe di magia, Vladimir Propp fece notare che “la realtà storica ha grandissima importanza nella trasformazione della fiaba; essa non è in grado di alterarne la struttura generale, ma fornisce il materiale per le più varie sostituzioni delle componenti favolistiche tradizionali” (Propp 1928b, trad. it. 1968: 286), il che risulta pienamente confermato dalle osservazioni fatte poc'anzi sulle trasformazioni dell'eroe nelle due versioni raccolte nel Mantovano della fiaba AT 301. La rilettura di queste pagine di Propp alla luce della teoria dei “memi”, coniata da Dawkins, è un esercizio che appare denso di stimoli e suggestioni.
Per quanto concerne altri aspetti di questi due stessi racconti popolari, parrebbe -a prima vista- che il testo orale di Sbadilòn, pervenuto a noi in tempi più vicini rispetto alla fiaba di Giovanni dell'Orso, sia da ritenersi forse più impreciso e lacunoso. A parte la totale assenza (in Sbadilòn) del lungo proemio dedicato al prodigioso concepimento dell'eroe, la fiaba narrata da Alda Pezzini Ottoni possiede (rispetto al suo presunto antecedente raccolto dal Visentini) un numero più ridotto di triplicazioni epiche: in essa non si fa, ad esempio, menzione delle tre stanze sotterranee o delle tre principesse, che, al contrario, comparivano in Giovanni dell'Orso (si veda la sequenza n. 11). Nel suo classico Morfologia della fiaba, Propp ha giustamente rilevato la grande importanza rivestita dai vari tipi di triplicazioni presenti nei racconti di fate: “possono triplicarsi -egli scrisse- sia singoli dettagli di carattere attributivo (le tre teste del drago), sia funzioni singole, appaiate (persecuzione-salvataggio), a gruppi, come pure intieri movimenti. La ripetizione può essere uniforme (tre compiti, servire tre anni), o in crescendo (il terzo compito è più difficile, il terzo combattimento è il più arduo), oppure possiamo avere un risultato due volte negativo e la terza positivo” (Propp 1928a, trad. it. 1966: 79). Quest'ultimo esempio fa al caso nostro, si vedano le sequenze 5, 6 e 7 replicate con progressione identica sia in Giovanni dell'Orso che in Sbadilòn. Va da sé che l'assenza di altre importanti triplicazioni (prima fra tutte quella del numero delle principesse liberate dall'eroe) sembra invece penalizzare la narrazione orale di Sbadilòn rispetto a quella (in apparenza più integra e arcaica) di Giovanni dell'Orso.
Ma una comparazione più attenta tra questi due testi fa emergere in Sbadilòn la presenza di un dettaglio funzionale (l'automutilazione del piede dell'eroe) che non figura invece in Giovanni dell'Orso. La sequenza n. 18 segna dunque non solo un punto di evidente discontinuità tra le due lezioni “mantovane” della fiaba AT 301, ma rappresenta in primo luogo una spia rivelatrice che ci fa comprendere come la fiaba di Sbadilòn non possa essere in alcun modo ritenuta una semplice replicazione (riveduta, corretta, o magari... corrotta) di quella di Giovanni dell'Orso. Il testo orale di Sbadilòn, con quel dettaglio incongruo dell'automutilazione dell'eroe, del tutto assente nella fiaba del figlio dell'Orso, deve dunque provenire da un “programma narrativo” (o, se si preferisce usare il lessico di Dawkins, da un “meme”) diverso da quello del racconto che fu trascritto nel XIX secolo da Isaia Visentini. Il particolare del tallone tagliato e poi di lì a poco fatto ricrescere per miracolo ha suscitato l'aperta ironia della narratrice di Sbadilòn, Alda Pezzini Ottoni, la quale, pur avendolo riprodotto fedelmente, ha voluto manifestare, con una nota di pacato buon senso e di incredulità divertita, il proprio inconciliabile distacco critico dall'assurdità della cosa che stava narrando: “... i è pròpia fàvoli nèh?”.
Il medesimo dettaglio fu invece preso molto (e forse persino troppo) sul serio dagli storici Ginzburg e Bertolotti, i quali videro in esso una sorta di prezioso “fossile vivente” in grado di attestare la persistenza (inconsapevole) sino ai nostri giorni di un'antica ideologia sciamanica legata alla procurata zoppaggine dell'eroe entrato in contatto col mondo dei morti, come già era avvenuto nel mito greco di Edipo o in quello di Amirani, il Prometeo caucasico.
Comunque sia, l'episodio della mutilazione del tallone del povero Sbadilòn non si giustifica altrimenti se non facendo appello alla sua derivazione da una fonte diversa da quella che doveva avere alimentato la trasmissione orale della fiaba di Giovanni dell'Orso.
La cosa è stata di recente notata anche da altri. In un illuminante articolo, dedicato a Sbadilòn, la studiosa di filologia comparata Giorgia Bottani ha segnalato come l'assenza del dettaglio della mutilazione del piede dell'eroe nella fiaba di Giovanni dell'Orso, trascritta da Isaia Visentini nel 1879, messa a confronto con la presenza di questo misterioso particolare nella narrazione di Sbadilòn, raccolta a Cesole nel 1970, stia a dimostrare che “anche nel caso di elementi folklorici trasmessi oralmente, recentiores non deteriores” (Bottani 2002: 118).
Il 3 ottobre 2003, durante un'inchiesta sulle tradizioni orali nel Mantovano commissionatami dalla Regione Lombardia nell'ambito del progetto “Il grande fiume”, mi accadde di registrare di nuovo la fiaba di Sbadilòn. La cosa avvenne in modo assolutamente imprevisto e mi lasciò stupito.
Quel pomeriggio mi ero recato, portando con me il “dat” (un registratore digitale che mi era stato temporaneamente fornito in dotazione dalla Regione), a casa di una mia vecchia conoscenza, la signora Berta Bassi Costantini, un'anziana ex mondina originaria della Sinistra Mincio, portatrice di un vasto repertorio narrativo di racconti orali appresi dalla madre (che era stata “folista” di stalla). Non era mia intenzione, in quel giorno, raccogliere nuove fiabe, ma volevo soltanto interrogare la mia informatrice intorno ad alcune specifiche caratteristiche dei racconti di tradizione orale. Per circa un'ora Berta ed io parlammo di fiabe e di eroi del mondo contadino mantovano, costruendo con le nostre parole un intricato “metalogo” (per dirla alla Bateson) nel quale questa formidabile narratrice popolare seppe illustrare, con dovizia di particolari e con piena consapevolezza della sua arte, le tecniche espressive e gli artifici estetici contenuti nel repertorio narrativo che aveva ereditato da sua madre. Prima di porre termine a quell'intensa seduta di registrazione, Berta volle farmi però un inatteso regalo e prese a narrare, nel suo tipico dialetto del Mincio colorito da inflessioni venete, una sua personale versione della fiaba Sbadilòn. La narratrice che avevo di fronte stava replicando alla perfezione, in modo davvero ineccepibile, il “programma narrativo” che aveva assorbito dalla voce di Alda Pezzini Ottoni, la quale ormai da alcuni anni era purtroppo defunta. Le due narratrici, Alda e Berta, non si erano mai incontrate di persona, ma, attraverso le mie ricerche condotte sul folklore narrativo del Mantovano e sulla raccolta dei loro rispettivi repertori orali, erano state messe al corrente dell'esistenza l'una dell'altra e avevano imparato a confrontare i propri stili narrativi. La fiaba di Sbadilòn non faceva parte in alcun modo dell'originario repertorio personale di Berta, ma il suo “meme”, che io stesso avevo contribuito a trasmetterle facendole ascoltare -anni addietro- la registrazione da me realizzata su audiocassetta della performance narrativa di Alda Pezzini Ottoni, aveva finito col contagiare anche lei ed ora, dopo un'incubazione di più di trent'anni, al momento e nella circostanza più opportuna, mi veniva riproposto dalla viva voce di questa nuova esecutrice.Per mio tramite, il “virus” di Sbadilòn si era dunque trasmesso da un'esperta narratrice orale della Bassa Mantovana ad una, altrettanto brillante, della Sinistra Mincio. Non avrei mai osato sperare tanto nel mio fare la spola da un narratore all'altro.
Ora il risultato di questo contagio “memetico” applicato al folklore orale e alla replicazione di un ben preciso “programma narrativo” si conserva digitalizzato in un nastro DAT contenuto nell'archivio della comunicazione orale della Regione Lombardia. Il futuro del “meme” sta forse tutto qui, nella speranza ormai divenuta quasi certezza di una perfetta ed eterna sua riproducibilità mediante l'uso delle più moderne e sofisticate tecnologie digitali.
“La digitalizzazione dell'informazione è un buon metodo per aumentare la fedeltà di replicazione, poiché riduce gli errori in fase di memorizzazione e trasmissione” (Blackmore 1999, trad. it. 2002: 364). La cosa oggi appare ovvia, ma la creazione di un intero archivio di files digitali, replicabili all'infinito e senza più possibilità di errori o di perdite di dati, non basterà mai a rimpiazzare la bonaria ironia contenuta nelle parole di Alda, né potrà mai riprodurre fedelmente il tono di umana simpatia che vibra nella viva voce di Berta.
BIBLIOGRAFIA CITATA
Barozzi, G. 1976
Ventisette fiabe raccolte nel Mantovano, Milano, Regione Lombardia
Bertolotti, M. 1994
La fiaba del figlio dell'orso e le culture siberiane dell'orso, in “Quaderni di Semantica”, 1: 39-56
Blackmore, S. 1999, trad. it. 2002
La macchina dei memi, Torino, Instar libri
Bottani, G. 2002
Sbadilon in Islanda. Il contesto iniziatico di tre racconti lontani, in “La Ricerca Folklorica”, 46:117-123
Dawkins, R. 1976, trad. it. 1992
Il gene egoista, Milano, Mondadori
Ginzburg, C. 1989
Storia notturna. Una decifrazione del sabba, Torino, Einaudi
Propp, V. J. 1928a, trad. it. 1966
Morfologia della fiaba, Torino, Einaudi
Propp, V. J. 1928b, trad. it. 1968
La trasformazione delle favole di magia, in Todorov 1965, trad. it. 1968
Stitt, J. M. 1992
Beowulf and the Bear's son. Epic, Saga, and Fairytale in Nothern Germanica Tradition,
New York - London, Garland
Todorov, T. 1965, trad. it. 1968
I formalisti russi. Teoria della letteratura e metodo critico, Torino, Einaudi
Visentini, I. 1879
Fiabe mantovane, Torino - Roma, Loescher




Commenti recenti
2 anni 30 settimane fa
3 anni 6 settimane fa
4 anni 3 settimane fa
4 anni 22 settimane fa
4 anni 23 settimane fa
4 anni 25 settimane fa
4 anni 38 settimane fa
4 anni 39 settimane fa
4 anni 45 settimane fa
4 anni 46 settimane fa