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Sull’origine della religione. Appunti di un lettore marxista

Premessa

Nell’ottobre 1884 usciva a Zurigo il saggio “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato” di Friedrich Engels. Scriveva l’Autore nella prefazione: “I capitoli che seguono rappresentano, in certo qual modo, l’esecuzione di un lascito. Non altri che Karl Marx si era riservato il compito di esporre i risultati delle indagini di Morgani, connettendo i risultati della sua (posso dire nostra, entro certi limiti) indagine materialistica della storia, mettendo così in evidenza tutta la loro importanzaii. Morgan, infatti, aveva riscoperto a modo suo in America quella concezione materialistica della storia che quarant’anni prima era stata scoperta da Marx e che, nel raffronto tra barbarie e civiltà [N.d.R.: oggi si direbbe: civiltà primitive e civiltà contemporanea], l’aveva portato, nei punti principali, agli stessi risultati di Marx.”

Incoraggiato dall’esempio dei padri fondatori del materialismo storico e dialettico, ho pensato di annotare i miei appunti sui libri di religionistica che vado leggendo in questi ultimi tempi, spinto dai miei interrogativi personali, dalle domande che mi pone mio figlio adolescente sulla religione (e sul senso della vita) e dal mio interesse per l’antropologia e per la storia della nostra specie, in generale.

L’intento di questo scritto è quello di cercare di fissare, se possibile, qualche punto fermo, tenuto conto che il continuo progresso degli scavi archeologici negli ultimi 50 anni e l’eventuale ulteriore ritrovamento di nuovi reperti e frammenti di antichi testi possono portare ad una revisione delle teorie attualmente predominanti, ma tenuto conto anche che il dibattito tra specialisti – visto con gli occhi di un lettore “medio” – sembra a volte legato più alla difesa di rendite di posizione e di prestigio personale, o a precisi orientamenti ideologici e politici, che alla ricerca di una “verità” pur provvisoria ma condivisibile sulla base delle evidenze empiriche sino ad oggi disponibili.

Ciò premesso, mi sento in dovere di precisare che il mio campo di osservazione non è la Terra intera ma essenzialmente quell’area che chiamiamo per comodità il “Medio Oriente”, o l’ “Antico Oriente”iii: in altri termini, la “matrice” fondamentale della civiltà “occidentale”, prima delle civiltà greca e romana.

L’Essere supremo nelle civiltà primitive

Uno dei testi fondamentali di riferimento di queste note è “L’essere supremo nelle religioni primitive” di Raffaele Pettazzoni iv (prima edizione: 1957). v

Attraverso la comparazione delle forme attribuite all’essere supremo nelle religioni di vari popoli e culture in tutto il mondo, documentate attraverso gli studi storici e le innumerevoli ricerche etnografiche sul campo disponibili ai suoi tempi, Pettazzoni conclude che:

L’idea primitiva dell’essere supremo non è un assoluto a priori. Essa sorge nel pensiero umano dalle condizioni stesse dell’esistenza umana, e poiché le condizioni variano nelle diverse fasi e forme della civiltà primitiva, varia anche in seno a queste la forma dell’essere supremo. L’essere supremo che, in proiezione archetipica (mito delle origini) è il creatore che garantì una volta per sempre la stabilità e la durata del mondo, nella vita reale di ogni giorno è quegli che provvede di volta in volta alle necessità esistenziali dell’uomo. Come nelle primitive civiltà agricole l’essere supremo è la Terra Madre perché dalla terra proviene all’uomo il suo sostentamento, come nelle civiltà pastorali l’essere supremo è il Padre Celeste perché dal cielo viene la pioggia che fa nascere e crescere l’erba necessaria al pascolo degli armenti e alla vita degli esseri umani, così nella civiltà della caccia l’essere supremo è il Signore degli Animali, perché da lui dipende la cattura della selvaggina e l’esito della caccia, che ha per l’uomo una importanza vitale.” (op. cit. pp. 121-122)

E’ interessante rilevare che le conclusioni a cui perviene Pettazzoni, sulla base del metodo storico-comparativo, in tema di relazione tra i diversi concetti di essere supremo e la differente base materiale di riproduzione dell’esistenza umana sono congruenti con la tesi fondamentale del materialismo storico sintetizzata nel modo seguente da Marx:

Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita.” (dalla “Prefazione del 1859” a “Per la critica dell’economia politica”)

(N.d.R.: assumo implicitamente con ciò che la religione faccia parte, in generale, del “processo spirituale della vita”, a prescindere dalle religioni - più o meno - “rivelate”)

A parte la notazione di carattere metodologico, prosegue Pettazzoni a proposito dell’era della caccia-raccolta:

La civiltà della caccia non è un tutto uniforme e indiscriminato, anzi anch’essa si articola, sopra una base comune, in forme particolari diverse, più o meno primitive, più o meno arcaiche. Esse si possono, schematicamente, polarizzare intorno a un tipo inferiore della semplice cattura e un tipo superiore della caccia più progredita. In questo schema si inserisce la morfologia del Signore degli Animali, corrispondentemente distinta in due tipi:

    uno arcaicissimo: il Signore degli Animali regnante nella foresta e sulle sue creature,vi

    e quello più evoluto e più elevato del Signore degli Animali "assunto" in cielo.”

La presenza di un Signore degli Animali del secondo tipo (osservata “presso Pigmei africani ed asiatici, Californiani, Fueghini ed altri popoli, egualmente ignari dell’allevamento e dell’agricoltura”) si spiega, secondo Pettazzoni, con la “linea di sviluppo interno onde un primitivo Signore degli Animali potendo, fra l’altro, disporre di mezzi meteorici per assicurare o meno il buon esito della caccia si trova naturalmente investito di aspetti uranici e così avviato a diventare un essere celeste.” (op. cit. pag. 127) [N.d.R. Uranico: nella mitologia greco-romana, ma con estensione anche ad altre mitologie, detto degli dèi che dimorano nel cielo e di tutto ciò che ad essi si riferisce. Fonte: www.dizi.it]

Sulla base di quanto sin qui esposto, possiamo tentare una prima schematizzazione delle forme con cui l’uomo ha concepito l’essere supremo nelle civiltà primitive, in relazione al modo di produzione dominante.

Le forme dell’essere supremo nei diversi gradi di sviluppo della cultura materiale della specie umana

Periodo storico

Modo di produzione

Forma dell’essere supremo

Paleolitico, ultimo stadio: 40.000 – 20.000 a. C.

Caccia e raccolta:

cattura “semplice”

Signore degli Animali: signore della foresta e di tutte le sue creature

Mesolitico:

20.000 – 10.000 a. C.

Caccia e raccolta intensificata

Signore degli Animali “uranizzato”

Produzione incipiente:

dal 10-7 mila a. C.

Prime domesticazione di piante e animali, con prevalenza del nomadismo

Padre Celeste

Neolitico aceramico:

7-6 mila a. C.

Agricoltura con sedi stabili

Terra Madre (Grande Madre)

Per quanto riguarda il “Padre celeste”, scrive Pettazzoni:

I popoli di lingua indoeuropea appaiono in varia misura partecipi di una tradizione culturale di tipo prevalentemente pastorale nomadistico patriarcale, per quanto variamente commista e arricchita, secondo i luoghi e i tempi, con elementi eterogenei. A questa tradizione appartiene verisimilmente la nozione di un sommo iddio del cielo concepito come 'padre' e dotato, tra l’altro, di quella onniveggenza che troviamo attestata così per Dyaus Pitar, per Zeus Pater e per Iuppiter, come anche per molte altre divinità supreme di popoli linguisticamente eterogenei ma partecipi dello stesso tipo di civiltà.” vii(op. cit., pag. 107)

Nel quadro di una civiltà nomadistico-pastorale si iscrive in pieno la nozione di un Dio Padre celeste onniveggente-onnisciente. […] una presenza arcana invisibile che incombe dal cielo e nulla può sfuggirle […] La vita e la morte dell’uomo dipendono dall’essere celeste. Egli è dunque veramente l’essere supremo: non l’essere supremo in senso assoluto ed astratto, bensì quel determinato essere supremo, di quella determinata forma, che è in relazione con quel particolare mondo storico-culturale che è la civiltà dei pastori allevatori di bestiame.” (op.cit. pag. 109-110)

Prosegue Pettazzoni sulla Terra Madre:

La Terra è la Gran Madre generatrice e creatrice. Tutto ciò si riflette nel pensiero religioso. L’essere supremo delle civiltà di genuina tradizione agricola non è il Cielo Padre, ma la Terra Madre. L’essere supremo celeste è naturalmente concepito come padre nelle civiltà pastorali, ad immagine e somiglianza del capo delle grandi famiglie patriarcali che sono proprie e caratteristiche di tali civiltà. Là dove la donna ha una posizione preminente, come spesso si verifica nelle civiltà agricole [N.d.R.: a sedi stanziali], è ovvio che l’essere supremo sia concepito in persona femminile.” (op. cit., pag. 110)

In sintesi, l’opera di Pettazzoni (basata, si ricordi, sulla comparazione della nozione di dio documentata da testi storici od osservata empiricamente presso vari popoli e in varie epoche) permette di sviluppare le seguenti considerazioni:

    l’idea di un essere supremo nasce nella preistoria umana dal bisogno e dal senso di inadeguatezza dell’uomo di fronte alla natura e alle difficoltà di una vita faticosa e generalmente breve;

    la forma con cui viene concepito l’essere supremo nelle civiltà preistoriche è collegata con il modo di sussistenza della specie (il modo di produzione, per dirla con Marx): in altri termini, il modo di produzione si riflette in una determinata forma dell’essere supremo (anche se le forme ideologiche, una volta concepite, tendono a riprodursi ben oltre le condizioni materiali che ne avevano propiziato l’origine);

    il passaggio da un modo di sussistenza basato sulla appropriazione di ciò che esiste già in natura (attraverso la caccia e la raccolta) ad un modo di produzione basato sull’intervento e sulla trasformazione della natura (attraverso la domesticazione di varie specie di piante e di animali) favorisce il passaggio dalla concezione di un dio polimorfo di carattere “orizzontale” (la natura naturans di cui l’uomo fa parte) alla nozione di un dio “verticale” che rispecchia la struttura gerarchica della società umana (patriarcale nella pastorizia-allevamento, più legata alla figura femminile nella prima fase dell’agricoltura, che si ritiene appunto sia stata avviata dalle donne).

Secondo Erwin Oliver Jamesviii (studioso delle religioni, appassionato di archeologia e folklore), nel Paleolitico Superiore ”per quanto riguarda le risorse alimentari, la situazione era complicata dal senso di affinità che si sentiva esistente tra l’uomo e gli animali da cui tanto dipendeva, ma che era costretto a cacciare e della cui uccisione era costretto a chiedere il perdono. E i riti cavernicoli [N.d.R.: la danza mimetica volta a propiziare il buon esito della caccia] nacquero in massima parte appunto da questa situazione contraddittoria e dalla tensione emotiva che ne derivava.” (op. cit.: pag. 28)

E. O. James non prende posizione su ciò che rappresenti la figura ritrovata nella grotta “Le Trois Frères”, in Francia: “Sia che, come si suppose in un primo tempo, questa notevole figura fosse la rappresentazione dello stregone, o sciamano, che impersonasse gli attributi e le funzioni degli animali che raffigurava, o che fosse, come oggi pensano Bégouen e Breuil [Quatre cents siècles d’art parietal, 1954, pag. 176], lo Spirito che controllava la moltiplicazione della selvaggina e le spedizioni di caccia […]”. (op. cit., pag. 26)

 

Si pronuncia, invece, in modo esplicito per quanto riguarda il culto della Terra Madre: “Quando nel periodo neolitico e calcolitico, a cominciare dal V millennio a.c., l’incerta e avventurosa attività della caccia cedette il passo nel Vicino Oriente alla coltivazione del suolo e all’allevamento di greggi e armenti [N.d.R.: che noi sappiamo, in forza delle scoperte archeologiche successive, avere avuto inizio verso l’8500 a.C. ed essersi consolidata alla fine del VII millennio], il susseguirsi delle stagioni e il cerimoniale relativo ebbero una contropartita nel culto dei morti e nel dramma della morte e della resurrezione della vegetazione. Le statuette delle 'veneri' cominciarono così a trovar posto nelle tombe preistoriche di Badari nella valle del Nilo ai margini del deserto, in Mesopotamia presso Ninive, e ad ovest dell’Iran negli strati calcolitici di Halaf […] Ad ovest dell’Iran il culto della dea ebbe la prevalenza su ogni altra influenza; alla fine, essa stessa comparve nell’architettura funeraria e nel suo simbolismo in qualità di risuscitatrice dei morti, specialmente nella civiltà megalitica del Mediterraneo e dell’Europa occidentale.” (op. cit. pag. 35-36)ix

E ancora per quanto riguarda le pratiche ritualistiche: “Dalla nuova situazione politica e religiosa creatasi nel Vicino Oriente, quando alla ricerca degli alimenti si sostituì la produzione, cominciò a prendere forma un dramma ritualistico a sfondo vegetale. Ma dietro a questo mito [N.d.R.: relativo al ciclo annuale della natura in relazione al culto della vegetazione] e a questi riti si celano i culti paleolitici da cui essi derivarono, originariamente praticati allo scopo di ottenere e mantenere le risorse alimentari, di incrementare le nascite e la fertilità e di ridare vita ai morti.” (op. cit., pag. 37)

Premesso che James, in base alle conoscenze dell’epoca (1958), ritarda di almeno un millennio il consolidamento dell’agricoltura e dell’allevamento in tutta l’area del Vicino Oriente rispetto a quanto ne sappiamo oggi (fine del VII millennio)x, tuttavia apporta alcuni elementi importanti alla nostra indagine sulle origini della religione:

    indica l‘esistenza di pratiche ritualistiche e cultuali diverse in relazione al cambiamento del modo di sussistenza (dalla caccia-raccolta all’agricoltura e allevamento), confermando la relazione tra un “prodotto spirituale” come il culto religioso e il modo di produzione;

    ci permette di formulare una ipotesi su quali siano state le pratiche ritualistiche e cultuali nei circa 5000 (!) anni che separano gli inizi della agricoltura e dell’allevamento (con la domesticazione delle prime specie di piante e di animali) dalla comparsa delle città-stato e della religione di Stato.

In quei 5 mila anni, tra l’8500 e il 3500, le pratiche cultuali non erano ancora appannaggio di una casta sacerdotale specialistica ma avevano piuttosto un carattere familiare, legato al clan gentilizio e al culto degli antenati. Ne forniscono una testimonianza i cosiddetti “santuari” di Catal Hùyùk che, secondo quanto scrive lo storico del Vicino Oriente Mario Liverani:

“… sono talmente numerosi che dimostrano proprio il contrario della specializzazione e dell’accentramento dell’attività di culto. Non se ne può certo dedurre l’esistenza di una casta di sacerdoti, ma piuttosto il carattere familiare (e non pubblico) del culto, che ognuno si fa 'da sé' nella propria casa o in quella del proprio 'patriarca'. Non dunque accentramento ma polverizzazione della funzione cultuale, non specializzazione (e gerarchizzazione funzionale) ma diffusione familiare (nell’ambito semmai di una gerarchizzazione gentilizia).” xi

Con la “rivoluzione urbana”, agli albori dell’Età del Bronzo, cambia il ruolo della religione nel modo di vita degli uomini dell’epoca.

La “rivoluzione urbana”

Dopo la “rivoluzione neolitica” (la prima grande “divisione sociale” del lavoro, per dirla con Engels), la “rivoluzione urbana” fu la seconda grande fase innovativa della preistoria dell’uomo. Essa si completò dopo un lungo periodo formativo verso il 3500 a.C.

La “rivoluzione neolitica” si era concretizzata nella messa a punto delle tecniche di base della produzione del cibo (agricoltura e allevamento) e del relativo strumentario (attrezzi e contenitori) e ambiente abitativo (case e villaggi).

La “rivoluzione urbana” ebbe luogo attraverso l’introduzione di tecniche specialistiche (artigiani a tempo pieno) e della produzione in serie, l’ampliamento dell’orizzonte abitativo (città), l’istituzione di tecniche di controllo e registrazione (culminanti con la scrittura) e con il potenziamento del quadro politico di controllo (città-Stato).

Il lento sviluppo della colonizzazione agricola, delle tecniche artigianali, dei commerci a lunga distanza, dei centri cerimoniali, culmina verso la metà del IV millennio, in quella che, con una celebre espressione di Gordon Childe, si definisce la 'rivoluzione urbana', e che ebbe luogo nella Bassa Mesopotamia, e in particolare nel centro di Uruk (periodo 'antico-Uruk' ca. 3500-3200, periodo 'tardo-Uruk' ca. 3200-3000). […] Il 'salto' più appariscente sarà quello demografico e urbanistico, ma il più sostanziale è quello organizzativo. L’origine della città significa origine dello Stato e della stratificazione socio-economica. Significa dunque l’origine della storia, non tanto perché il nuovo strumento della scrittura mette a nostra disposizione una fonte di informazione più esplicita e dettagliata, ma soprattutto perché per la prima volta si assiste all’interazione complessa di gruppi umani all’interno delle singole comunità (stratificazione sociale, costituzione di una dirigenza politica, ruolo socio-politico dell’ideologia) e fra le varie comunità ormai organizzate su più larga scala (Stati cittadini e cantonali) e dotate di specifiche strategie e di rivalità per l’accesso alle risorse e per il controllo territoriale.” xii

Il 'salto' organizzativo consiste nel sistematizzare la separazione tra produzione primaria di cibo e tecniche specialistiche e nel polarizzare questa separazione concentrando gli specialisti in alcuni centri più grandi, proto-urbani, e lasciando disperso nei villaggi di campagna il compito della produzione di cibo. Il rapporto da complementare diventa subito gerarchizzato coi villaggi strutturalmente tributari della città.” xiii (N.d.R.: seconda grande “divisione sociale” del lavoro con la nascita della contraddizione città-campagna).

Una seconda serie di conseguenze è di ordine sociale. All’interno della singola specializzazione si instaura un rapporto gerarchizzato tra maestri di bottega e loro apprendisti, tra sorveglianti ed operai. […] Le differenze di censo non sono più soltanto dei fatti occasionali, ma rappresentano un elemento strutturale della compagine sociale. La società di specialisti diventa automaticamente una società stratificata in classi.” xiv

La nascita dello Stato (non come semplice funzione politico-decisionale, ma come organizzazione che controlla stabilmente un territorio, organizza lo sfruttamento delle risorse e la loro distribuzione tra le classi sociali) comporta la formazione di un nucleo dirigente attivo su tre piani: uno preposto alle funzioni decisionali, organizzative, amministrative e gestionali (la burocrazia con tutte le sue articolazioni e stratificazioni), l’altro al controllo ideologico della popolazione ormai divisa in classi (il clero), il terzo (l’esercito) preposto all’uso della forza in funzione della difesa del territorio e della coesione interna.

Il clero cura il culto sia giornaliero e riservato sia periodico e pubblico (feste), cioè gestisce quel rapporto con la divinità che fornisce la giustificazione ideale dei rapporti di ineguaglianza. La comunità cittadina, già abituata da secoli ad attribuire a personalità divine la responsabilità degli eventi umanamente incontrollabili, e a propiziarsele nelle forme antropomorfiche del dono e del sacrificio, trasferisce ora tutto ciò al livello dell’organizzazione socio-economica e politica centralizzata. Si attua una sorta di parallelismo tra il meccanismo di accentramento e di redistribuzione e il meccanismo delle offerte cultuali. Come la comunità cede una quota del suo prodotto (e anzi la parte migliore, le primizie) alla divinità per ottenerne in contraccambio il corretto e favorevole andamento dei fenomeni naturali, così parallelamente cede una quota del suo prodotto alla classe dirigente in cambio dei servizi organizzativi e gestionali. […] Inoltre, come la società si è venuta strutturando per funzioni specialistiche differenziate, così pure il mondo divino viene ora visto come composto da una serie di personalità, ciascuna caratterizzata da una o più funzioni e settori di responsabilità e d’intervento. Si costituisce un vero e proprio pantheon che organizza questa pluralità divina in sistemi di rapporti (gerarchici, di parentela), e che si traduce in una pluralità di templi diversi da città a città e diversamente gerarchizzati all’interno di ciascuna.”xv

A proposito di pantheon merita segnalare che:

    il pantheon di ogni città–Stato sinora nota annovera una divinità principale, che è oggetto del culto regale, del culto pubblico di Stato;

    in genere, ogni divinità principale è di sesso maschile ed è associata ad una divinità femminile sua sposa (ad esempio, a Babilonia Dumuzi/Tammuz e Inanna/Ishtar, a Uruk Anu e Inanna, a Ebla Agu e Guladu, ecc.. xvi).

Il formarsi di un “settore pubblico”, il proto-Stato che si sovrappone alla massa dei produttori “privati” imponendo decime sui raccolti e corvèe stagionali, è accompagnato dal comparire di una ritualistica pubblica (feste e processioni) e, soprattutto, di una edilizia religiosa pubblica: il tempio, in cui si sintetizza – e che emblematizza – il rapporto della comunità con la principale divinità cittadina:

Il tempio troneggia al centro della città e ne costituisce il fulcro sia simbolico sia operativo. […] Tutto contribuisce a mettere in evidenza l’imponenza e la ricchezza del tempio, che è in teoria la facciata con cui la comunità si presenta al suo dio, e in realtà la facciata con cui il nucleo dirigente si presenta alla popolazione. Essenziale è il ruolo del tempio nel simboleggiare e nel mantenere la coesione della comunità. Intorno al tempio si aprono spazi attrezzati per ospitare feste e processioni, le 'uscite' in pubblico dei simulacri o dei simboli del dio, uniche occasioni probabilmente in cui la popolazione cittadina si raduna in massa per una mobilitazione ideologica che rende possibili (motivandole) le mobilitazioni economiche e lavorative. “ xvii

Tornando allo Stato, le tre funzioni che sono state precedentemente richiamate (amministrazione, clero e milizia), e distribuite in specifici <<mestieri>> specialistici, a Uruk erano accentrate nella figura del re, che era il sommo vertice decisionale (affiancato da consiglieri tecnici e da responsabili settoriali a lui subordinati, e plausibilmente da lui nominati), il comandante in capo dello strumento militare e il sommo sacerdote del dio cittadino (e, corrispettivamente, il gestore concreto della comunità umana per conto del dio che ne è il padrone teorico).

A quest’ultimo riguardo va meglio precisato che il re era il sommo rappresentante della comunità umana nei confronti della divinità protettrice e, correlativamente, il suo potere era legittimato dal rapporto privilegiato con la divinità (quando non addirittura di supposta discendenza da essa come in culture ed epoche successive), mentre non esisteva – a Uruk - un palazzo reale distinto dal tempio.

In una fase successiva, la fase Uruk III tra il 3000 e il 2900 a.C., a Gemdet Nasr, un’altra città della “mezzaluna fertile” poco distante da Uruk (e plausibilmente influenzata dal modello culturale di Uruk) “mentre i complessi templari di tradizione antico-Uruk trovano il loro culmine nella fase Eanna III (così a Uruk stessa col 'tempio bianco', a ‘Uqair ed Eridu e altrove), emerge però come innovazione gravida di sviluppi la struttura del 'palazzo' - cioè di un centro direzionale che non ospita attività di culto – che fa la sua prima comparsa a Gemdet Nasr e che si svilupperà più ampiamente nel Proto-Dinastico II-III (dopo uno iato documentario nel Proto-Dinastico I). Questa innovazione, comportando un qualche grado di contrapposizione o di complementarietà tra 'tempio' e 'palazzo', può essere segnale dell’affermazione di un sistema politico 'laico' di origine più settentrionale (Gemdet Nasr è nell’area di Kish) rispetto al tipico sistema templare del sud. Intorno ai palazzi nascenti e ai templi persistenti (e ancora prevalenti) continua ad operare la grande organizzazione proto-statale, con alcuni sviluppi e aggiornamenti.”xviii

La separazione tra funzione cultuale e potere politico sembra alludere ad un “divisione sociale del lavoro” all’interno del nucleo dirigente. La spiegazione proposta da Liverani fa discendere la “laicizzazione” del potere statuale da un “modello del nord” lasciando aperto l’interrogativo su quali fossero le cause della diversità di modelli culturali tra il nord e il sud (gradi di sviluppo diversi legati ad una diversa composizione sociale e stratificazione di classi?).xix

E, tuttavia, la legittimazione del potere del re continua a derivare dal suo rapporto bidirezionale con la divinità, mentre plausibilmente la casta sacerdotale – allontanata dal potere materiale – si dedica alla teologia, nella forma di cosmogonia, astronomia e, da lì, astrologia (un “modello esplicativo” che ha continuato ad esercitare il suo fascino ed il suo potere sulla specie umana fino al Rinascimento italiano, e oltre).

E’ venuto il momento di avanzare alcune considerazioni finali su quanto esposto in questo capitolo:

    insieme alla città nasce lo Stato e, insieme allo Stato, nasce la religione di Stato;

    il tempio/palazzo è il nucleo organizzatore del settore pubblico attraverso l’appropriazione e la redistribuzione di risorse, ma anche attraverso la produzione diretta in latifondi dalle dimensioni crescenti;

    il tempio/palazzo è, quindi, un centro materiale di potere (anzi, il centro del potere per eccellenza, data la subordinazione del settore della produzione domestica a quella pubblica), mentre la religione funge da collante ideologico della società.

Accanto ai rituali pubblici, continuano ad esistere le forme di religiosità e di culto domestici, che si possono indirizzare in modo prevalente verso una specifica divinità, senza per questo escludere venerazioni e tributi più o meno formali verso altre divinità.

La scelta della divinità prevalente è condizionata plausibilmente da due fattori principali xx:

    la tradizione della propria famiglia (legata, a sua volta, alla struttura gentilizia di appartenenza: di agricoltori stanziali vs. di pastori/allevatori nomadi);

    la posizione della propria famiglia nella gerarchia sociale della città-Stato (e, da un certo momento in poi del grado di sviluppo della stratificazione sociale cittadina, anche la propria posizione individuale).

Concludendo questo capitolo sul rapporto tra la formazione della città-Stato nell’ambito della 'rivoluzione urbana', va ricordato che il luogo del culto pubblico è la città. Fuori dalla città, dove vive circa l’80%-90% della popolazione secondo le stime degli archeologi, le influenze del culto pubblico arrivano attutite e continuano a predominare le forme di religiosità tradizionali (con le varianti più volte indicate per quanto riguarda i pastori/allevatori nomadi, da un lato, e gli agricoltori stanziali, dall’altro).

La questione del monoteismo

Dopo gli studi pionieristici di Morton Smithxxi, la sua tesi fondamentale che il monoteismo ebraico nacque per “anfizionia”xxii politica è attualmente condivisa dagli studiosi più importanti del settore: il jahvismo, o giudaismo, fu la costruzione culturale cosciente di una elite ebraica che aveva ravvisato nell’ideologia religiosa l’elemento cardine su cui imperniare l’identità nazionale del popolo ebraico che rischiava l’annientamento identitario attraverso l’assimilazione culturale da parte di popoli vicini più fiorenti, potenti ed agguerriti (ad esempio: Egiziani, Assiri, ecc.).

La Bibbia (propriamente i cinque libri che noi chiamiamo Pentateuco e gli ebrei Torah) è stata rimaneggiata a fini politico-religiosi dall’elite ebraica rientrata in Palestina dopo l’ “esilio” babilonese verso la fine del VI sec. a.C.

Il rapido ritorno in Palestina di esuli giudei non ancora assimilati al mondo imperiale [assiro-babilonese], il loro tentativo di dar vita a una città-tempio (Gerusalemme) sul modello babilonese, di raccogliervi intorno una nazione (Israele, nel senso più vasto), comportò la messa in opera di un’enorme variegata riscrittura della storia precedente (che era stata del tutto <<normale>>) in modo da collocarvi gli archetipi fondanti che si pretendeva ora di rivitalizzare (il regno unito, il monoteismo e il tempio unico, la legge, il possesso del territorio, la guerra santa, ecc.) nel segno di una predestinazione del tutto eccezionale.” xxiii

Ma procediamo con ordine: qual’era la religione dei proto-Israeliti “prima della Bibbia”?

Prima, nel culto di Israele, c’erano loro, i grandi dèi cananei. Prima c’era El e Baal e Samas e Resep e Molok e le dee Asherah e Anat e, certo, c’era anche Yhwh. Allora il dio della Bibbia era né più né meno che un dio del deserto meridionale legato ai clan di Giosuè provenienti dall’Egitto ed entrato con loro in Palestina verso la metà del XIII sec. a.C., nel periodo di passaggio dalla tarda Età del Bronzo alla prima Età del Ferro.

Prima, dunque, c’era il politeismo. E’ solo con l’VIII secolo che subentreranno i primi rudimentali concetti di esclusivismo ed unicità del dio nazionale di Israele: è in questo periodo che Yhwh, nella sua corsa verso una supremazia teologica, farà suoi molti dei caratteri e delle tradizioni religiose prima associate ad altri dèi.

Il VII secolo servirà soltanto a metabolizzare e affinare alcuni dei concetti messi a fuoco nel periodo precedente: i nuovi influssi arricchiranno notevolmente la figura di Yhwh, che assumerà così una sempre maggiore preminenza. E’ un passo in avanti rispetto all’enoteismo del secolo precedente [N.d.R.: l’enoteismo indica un tipo di religiosità in cui si verifica la preminenza di un dio su tutti gli altri, senza tuttavia negare l'esistenza di altri dèi accanto ad essa. Fonte: Wikipedia].

Nel VI secolo tutto è ormai pronto per quella che sarà la vera rivoluzione teologica. L’input è dato dalla crisi dell’Esilio ed è su questo sfondo che gradualmente inizierà la definitiva critica agli dei stranieri con lo sbilanciato paragone tra la loro impotenza e il potere invece di Yhwh, unico vero dio secondo i riformatori dell’Esilio.”xxiv

Merita segnalare che sono state ritrovate iscrizioni dell’VIII sec. a.C. in cui Yhwh viene menzionato in contesti benedizionali insieme alla dea cananea Asherah (“ti benedico tramite Yhwh e tramite la sua Asherah”) e che essa sembra addirittura la sua “paredra”xxv (N.d.R.: Una paredra è una divinità il cui culto è associato a un'altra genericamente di maggiore importanza e di sesso opposto. Il termine, di origine greca, significa chi siede accanto. Fonte: Wikipedia).

In altri termini, accanto a Yhwh, un dio-Padre plausibilmente venerato in origine da tribù di pastori nomadi del meridione (Edom, Madian, Seir, ecc.), c’è una dea con i caratteri della Grande Madre tipica delle civiltà contadine, com’era appunto la civiltà di Canaan. Parrebbe, anzi, che Yhwh venga volutamente affiancato dai sacerdoti ebrei a una divinità ampiamente venerata come Asherah nell’intento di farsi accettare nella religiosità popolare politeistica della Cananea.xxvi

Riprendiamo il discorso sulla formazione della Torah.

[…] il ricorrente procedimento di fornire autorevolezza attraverso retrodatazione è stato applicato dagli innovatori religiosi col risultato di appiattire tutto un processo evolutivo in una fissità che vede il risultato finale precostituito sin dall’inizio nei suoi caratteri immutabili. […] I riformatori religiosi del VI e poi del IV secolo proiettarono l’origine delle loro sistemazioni teologiche e cultuali nell’epoca formativa della comunità etnica e politica di Israele, e la condensarono nel personaggio di Mosè, che avrebbe ricevuto direttamente da Yahweh le 'tavole della legge' (cosicché lo yahwismo non conoscerebbe alcuna evoluzione da Mosè al giudaismo, dal XIII al IV secolo). Si tratta ovviamente di pura invenzione. Dai pochi dati coevi risulta chiaro che la situazione religiosa nella Palestina del XIII-X secolo era improntata alla massima complessità. Nelle varie città prevalevano diverse divinità con le rispettive organizzazioni di culto, tutte inserite in pantheon tipologicamente analoghi, ma differenti nei dettagli e con un apparato mitologico ed iconografico comune solo nelle grandi linee. A questa religiosità agraria e cittadina dell’ambiente cananeo si aggiungeva la religiosità dei gruppi pastorali, che era di tipo logicamente difforme, e basata su presupposti diversi.”xxvii

Quanto la Palestina è stata archeologicamente avara di testi scritti e di monumenti ufficiali, altrettanto notevole (ancora in opposizione al resto del Vicino Oriente antico) è per converso la presenza di quel corpus letterario tramandato che è l’Antico Testamento: del quale è evidente il valore per la ricostruzione non solo della storia religiosa ma anche della storia politica e istituzionale di Israele, ed infine e soprattutto della sua storia letteraria. Trattandosi di una raccolta di testi molto disparati e 'stratificati', con interventi testuali plurimi, e con una notevole distanza tra episodi narrati ed epoca del narratore […] Certamente il complesso dell’antico Testamento è da valutarsi e da apprezzarsi più nella prospettiva del secondo tempio che non del primo, più nel quadro del ritorno dall’esilio che non della formazione e dello sviluppo del regno d’Israele, e costituisce un caso colossale di ripensamento della storia passata e di sua riscrittura in funzione del presente (un presente assai posteriore alla storia narrata). […] gli scritti di età esilica e di età immediatamente pre-esilica (l’epoca dei re riformatori, che corrisponde allo strato 'deuteronomico' nella ricostruzione critico-testuale) scritti particolarmente di carattere profetico e storiografico, costituiscono una documentazione preziosa sulle fasi finali della storia d’Israele […] Infine e comunque la sistemazione storiografica post-esilica costituisce l’esito di tutto lo sviluppo politico e culturale precedente,ed aiuta a comprenderlo nelle sue linee portanti, purché si sappia evitare ogni anticipazione teleologica ed ogni appiattimento della vicenda su quello che ne è il risultato finale.”xxviii

Fu la vicenda dell’aggressione imperiale, della deportazione e dell’esilio, e poi del ritorno e della rifondazione nazionale a fungere da stimolo per gran parte della letteratura ebraica antica. Le tre tappe principali furono: dapprima il grosso dibattito sulle strategie politiche locali, sulla sorte degli Stati vicini, sulla funzione stessa degli imperi; poi (nell’esilio) la ricezione di apporti babilonesi (e forse anche iranici) nel campo della storiografia, della sapienza, nella novellistica, nella produzione cultuale; infine la grande opera di riscrittura del passato in funzione del progetto politico incentrato sul secondo tempio. Prima di queste tre fasi importanti ma congiunturali, quel che ci resta della letteratura ebraica antica non si discosta molto da quel che possiamo intravvedere delle coeve letterature vicino-orientali in genere, e siro-palestinesi in specie. L’originalità letteraria d’Israele (come quella religiosa) è tutto sommato il risultato della sua vicenda finale, di disgregazione politica e di nascita del giudaismo, e la trasmissione di un patrimonio più antico e fenomeno da ridimensionare come prevalentemente illusorio.” xxix

Collegato con il processo di formazione del monoteismo ebraico è il cambiamento di prospettiva del 'messianismo'. Le linee generali di questo secondo processo sono le seguenti:

In tutte le civiltà dell’antico Oriente, la funzione basilare del re è quella di assicurare un corretto rapporto tra il mondo divino e quello umano, e dunque di assicurare al suo regno prosperità e giustizia. L’intronizzazione di un nuovo re è festeggiata come inizio di una nuova era di pace e di felicità.

Anche nella terra di Canaan, alla vigilia dell’emergere di Israele, le concezioni antico-orientali sulla regalità erano correnti. E’ del tutto plausibile che anche il rituale d’incoronazione nei regni di Israele e Giuda comportasse enunciazioni in gloria del nuovo re e in fiducia di una prosperità e giustizia rinnovate, enunciazioni di forte sapore populistico e dunque atte ad ingraziare il nuovo re agli occhi del popolo.

Con il disastro nazionale, la fine della monarchia e l’esilio, la rituale esultanza espressa nei confronti del nuovo re si trasformò in aspettativa di riscossa (sempre nei termini di giustizia, prosperità e pace) da riporsi in un re potenziale, candidato a fungere da salvatore e vindice della rinascita nazionale. Quest’evoluzione si può in parte seguire attraverso le profezie <<messianiche>> dell’epoca della crisi politica, poi dell’esilio, e infine della fase post-esilica.

Durante l’esilio babilonese, il messianismo prende forme diverse. […] Man mano che il collegamento tra leadership regia e prospettive di ripresa si allontanano, la natura stessa del messianismo muta. In primo luogo, come conseguenza della crisi profonda, c’è una tendenza a sottolineare non più gli aspetti trionfalistici della nuova intronizzazione, ma piuttosto quelli della negatività attuale. In secondo luogo, c’è una tendenza a dimensionare le aspettative più sul piano personale-esistenziale che su quello politico-nazionale. […] In terzo luogo, si fa slittare la funzione messianica dalla persona del re al popolo tutto d’Israele, o a Gerusalemme, polo d’attrazione per il mondo intero.

Si sente l’effetto di una diaspora ormai diffusa fino in terre lontane, di sogni di ricchezza e potenza non più riponibili in un messia di stampo regio. Il filone messianico, partito dalla celebrazione immediata del re esistente, passato attraverso l’aspettativa imminente, ha ormai posto le basi per passare ad un’aspettativa di lungo termine, propriamente escatologica sia a livello personale sia a livello di collettività nazionale ed umana in genere.”xxx

In altri termini, di fronte agli insuccessi del presente – comunque ascrivibili ad un disegno imperscrutabile di Yhwh – i giudei ripongono la propria speranza in un giudizio finale in cui ciascuno sarà chiamato a rispondere delle proprie azioni, quando premi e punizioni saranno finalmente assegnati dal giudice divino tenendo conto di meriti e colpe individuali, senza più rapporto con le vicende storiche.

Conclusioni (necessariamente provvisorie)

In conclusione di questo lungo excursus, ritengo che quanto è possibile asserire in tema di origine della religione nell’Antico Oriente basandosi sulle evidenze empiriche (reperti archeologici, documenti testuali, ecc.) e l’osservazione etnografica comparata riportata nei testi specialistici esaminati sia quanto segue.

L’idea della esistenza di un essere superiore all’uomo emerge tra i cacciatori della fase della caccia “intensificata” (cioè organizzativamente e tecnologicamente più sviluppata di quella del Paleolitico Superiore) intorno al 20 mila – 15 mila a. C. (come sembrano attestare le pitture rupestri delle grotte di Altamira e di “Trois Frères”). Si tratta di una rappresentazione della potenza generatrice della natura, che corrisponde al bisogno della specie umana di procacciarsi il cibo attraverso i frutti della caccia; un’immagine che rispecchia, cioè, la dipendenza delle tribù di cacciatori dalla natura “generatrice di animali” per la propria sussistenza (per la riproduzione della propria vita materiale). In questa fase le forme cultuali sono di carattere “sciamanico”, finalizzate a propiziare, da un lato, il buon esito della caccia e, dall’altro, la proliferazione delle prede, la loro abbondanza.

Con la “rivoluzione neolitica”, cioè il passaggio (il 'salto') ad un modo di sussistenza basato sulla domesticazione e lo sfruttamento consapevole di varie specie di piante e di animali, muta la concezione dell’essere superiore, che si viene a configurare secondo due tipi fondamentali (pur con varianti localistiche legate alla peculiarità dei luoghi: alle diverse tipologie di animali e di piante, alle specifiche modalità del passaggio dalla caccia/raccolta, agli influssi culturali dei popoli circumvicini, ecc.): il Deus Pater delle tribù pastorali nomadi e la Terra Madre delle comunità stanziali di agricoltori. In questa fase le forme cultuali sono essenzialmente domestiche e legate, da un lato, al ciclo annuale di fertilità della natura (in specie per quanto riguarda gli agricoltori) e, dall’altro, al culto degli antenati. Le qualità/proprietà dell’essere superiore sono diverse tra il Deus Pater (onnisciente, onniveggente e tendenzialmente aniconico) e la Terra Madre (che è propriamente la forza generatrice della natura e che veniva usualmente rappresentata con figure femminili dai caratteri sessuali accentuati, a sottolinearne la fecondità).

Con la “rivoluzione urbana”, cambiano ulteriormente le rappresentazioni dell’essere superiore: parallelamente allo stratificarsi della società in classi sociali, si afferma un pantheon di divinità diverse, usualmente presiedute da un dio oggetto di culto regale, che è la divinità nazionale, contrapposta alle divinità delle altre comunità/nazioni. La religione diventa religione di Stato, con forme di culto pubbliche officiate da una casta sacerdotale distinta dalle classi produttrici (e da esse mantenuta), mentre il re è il massimo rappresentante della comunità umana presso la divinità e, viceversa, il sommo rappresentante della divinità presso i suoi sudditi. Con questo titolo di rappresentanza si legittima il potere del re, mentre la religione svolge un ruolo di controllo ideologico nei confronti delle tensioni di classe interne e di unificazione nazionale nei confronti delle comunità esterne.

La “rivoluzione monoteistica” rappresenta un unicum nel contesto dell’epoca (VI-IV sec. a.C.), anche se si colloca in un periodo di grandi trasformazioni culturali, ideologiche, istituzionali e religiose in tutto il mondo antico (in Cina Confucio, in India Buddha, in Iran Zoroastro, in Grecia i filosofi e scienziati ionici). In termini storici, il monoteismo nasce come un preciso disegno – della elite esilica e post-esilica- di unificazione degli ebrei sul terreno religioso e regolamentativo (attraverso una minuziosa precettistica sui comportamenti leciti e graditi “agli occhi di Dio”) in quanto premessa e promessa di un futuro riscatto come nazione. Il divario tra questa promessa di grandezza futura come nazione ed il presente storico di divisione e subordinazione apre le porte ad un 'messianismo' escatologico: ciascuno deve vivere in funzione di un 'giudizio finale' individuale, mentre le vicende della storia profana restano secondarie – e quasi indifferenti- per il “servo di Yhwh” del Deutero-Isaia.

Quattro secoli dopo, dal filone del monoteismo ebraico germoglia il cristianesimo, che si riallaccia, da un lato, al 'messianismo' regale davidico (il futuro re degli Ebrei era atteso dalla famiglia di David) nella figura del suo iniziatore (che apparteneva appunto alla famiglia di David) e al messianismo escatologico dal lato dei proseliti della nuova religione. Il cristianesimo, nel suo stato iniziale, rappresentò una “rivoluzione” non solo religiosa ma anche sociale, secondo il celebre giudizio di Karl Marx, che ricordava che “In una società in cui la religione è l’ideologia dominante, i conflitti di classe si esprimono in forma religiosa.”

Dante Goffetti Bergamo, 19 agosto 2012

Nota finale. Colgo l’occasione per ringraziare pubblicamente il mio fraterno amico Carlo Selle per i consigli che mi ha dato nel merito e sul piano editoriale, per una maggiore leggibilità di questo testo.

i1 Lewis Henry Morgan, Ancient Society, or Researches in the Lines of Human Progress, from Savagery through Barbarism to Civilization [La società antica, ovvero ricerche nelle linee del progresso umano dallo stato selvaggio alla civiltà attraverso la barbarie], London, 1877.

ii Tra il dicembre 1880 e il marzo 1881, Marx intensificò gli studi sulla storia delle società primitive e sull’amministrazione delle colonie, elaborando estratti di numerose opere (tra cui quella citata di Lewis Henry Morgan, in 98 pagine manoscritte). [Fonte: “Karl Marx. Saggio di biografia intellettuale”, Maximilien Rubel, Edizioni a cura del Centro d’Iniziativa Luca Rossi, 2001].

iii Mario Liverani, Antico Oriente. Storia, società, economia, Manuali Laterza, 1991 (prima edizione in: Laterza, Collezione storica, 1988).

iv Raffaele Pettazzoni (1883-1959) introdusse per primo la disciplina della storia delle religioni, nel 1924, nel mondo accademico italiano (precisamente nella Regia Università di Roma) e ne è stato uno dei più importanti esponenti. Per primo, in Italia, applicò agli studi sulle religioni il metodo storico-comparativo (a suo discapito, non possiamo sottacere – con dispiacere - che nel 1938 fu uno dei firmatari del “Manifesto della razza”, fondamento ideologico delle leggi razziste del regime fascista). [http://it.wikipedia.org/wiki/Raffaele_Pettazzoni]

v In questi appunti si fa riferimento alla riedizione della Piccola Biblioteca Einaudi del 1974.

vi Una immagine del Signore degli Animali del tipo “arcaicissimo” è plausibilmente lo “sciamano” raffigurato nelle pitture rupestri delle grotte di Lascaux (Dordogne, Francia, risalenti a c.a. 20-15 mila a. C.); un’altra parrebbe essere quella dello “stregone” di una delle pitture parietali delle grotte di Trois Frères, (Ariège, Francia, c.a. 13 mila a.C.).

vii “Gli Ebrei furono anch’essi, da principio, nomadi e pastori, sebbene non ignari del tutto dell’agricoltura (Genesi 30,14). (R. Pettazzoni, op. cit. pag. 107).

viii E.O. James, Antichi dèi mediterranei, Thames & Hudson, London, 1958; prima edizione italiana: 1990, Arnaldo Mondadori Editore (edizione di riferimento per queste note: Oscar Mondadori, Grandi Saggi, novembre 1990).

ix Per amore di verità, è necessario far presente che E.O. James a proposito della divinità femminile introduce un elemento che meriterebbe una ricerca a sé. In termini espliciti, egli fa presente che “mentre i Maddaleniani concentravano la loro attenzione sul mantenimento e il controllo della caccia, l’interesse maggiore dei loro predecessori dell’Aurigniziano Superiore, oggi designati col nome di <<gravettiani>> (cioè gli eredi della cultura castelperroniana che dalle pianure della Russia meridionale e dall’Asia occidentale si spinsero nell’Europa centrale e di là in Germania, Francia e Italia) era rivolto a quanto pare all’aspetto materno del mistero della nascita. Furono perciò essi ad introdurre in Europa le figurine femminili chiamate comunemente <<veneri>>, fabbricate in osso, avorio, pietra o bassorilievo, con gli attributi sessuali grossolanamente esagerati.” (op. cit. pag. 28-29). James traccia una linea di continuità secondo la quale dopo la nascita dell’agricoltura, le statuette delle <<veneri>> si collegarono alla concezione della Dea Madre. Invece, secondo Joseph Campbell: “Pertanto ci si rende conto che dovettero esistere due tipi di cultura completamente diversi nei quali le statuette femminili ricoprirono un ruolo preponderante nel simbolismo magico e religioso, due tipi che oggi ci appaiono separati da un lasso di tempo di almeno diecimila anni.” (“Il volo dell’anatra selvatica. Esplorazioni nella dimensione del mito”, Mondadori, 1994, pag. 176; prima edizione, The Viking Press Inc., New York, 1969)

x Mario Liverani, Antico Oriente. Storia, società, economia, 1991, pag. 71.

xi Mario Liverani, Antico Oriente. Storia, società, economia, 1991, pag. 77. Per correttezza, va precisato che Liverani fornisce due stime di datazioni riguardo Catal Hùyùk: nella tav. VI a pag. 64 lo attribuisce al neolitico aceramico, tra il 7000 e il 6000; a pag. 83, parlando degli scavi archeologici indica come date il 6500-5500.

xii Mario Liverani, Antico Oriente. Storia, società, economia, 1991, pag. 107-108

xiii Mario Liverani, Antico Oriente. Storia, società, economia, 1991, pag. 112

xiv Mario Liverani, Antico Oriente. Storia, società, economia, 1991, pag. 112-114

xv Mario Liverani, Antico Oriente. Storia, società, economia, 1991, pag. 136

xvi Le coppie divine sono probabilmente il rispecchiamento dell’evoluzione dei ruoli nella famiglia terrena, con l’uomo che assume il predominio in forza del suo nuovo ruolo produttivo nell’agricoltura e/o nell’allevamento, mentre la donna resta “signora della casa” e preposta alla riproduzione domestica.

xvii Mario Liverani, Antico Oriente. Storia, società, economia, 1991, pag. 139

xviii Mario Liverani, Antico Oriente. Storia, società, economia, 1991, pag. 160

xix Premesso che quasi sicuramente non è possibile dire di più sulla base delle conoscenze attuali, mi sembra che nell’opera di Liverani (cui va tutto il mio sincero plauso ed apprezzamento) restino aperte alcune grandi questioni: a) il ruolo della proprietà privata (che già esisteva nella forma di proprietà della famiglia, e non ancora dell’individuo) nella formazione dello Stato; b) il “meccanismo” di formazione della istituzione regia stessa (e la classe sociale dalla quale proviene il re); c) il “meccanismo” di formazione della casta sacerdotale (e la classe, o le classi sociali, di provenienza); d) i rapporti di forza tra le classi che esprimono il re e quelle che esprimono la casta sacerdotale.

xx Ci possono plausibilmente essere altri fattori incidenti, che allo stato non riesco però ad immaginare, a parte l’interazione dialettica tra i due principali.

xxi Morton Smith, “Gli uomini del ritorno. Il Dio unico e la formazione dell’Antico Testamento”, Essedue Edizioni, 1984 (traduzione italiana di: “Palestinian Parties and Politics that shake the Old Testament”, 1971).

xxii Il termine anfizionia nell'antica Grecia indicava una 'lega sacrale', cioè una confederazione di città vicine, legate da un culto comune allo stesso santuario per il quale si raccoglievano i fondi da destinare alle cerimonie religiose. Più tardi nelle assemblee delle anfizionie si discusse, oltre che di religione, anche di affari economici, commerciali e politici di comune interesse. Infine, l'originario significato sacro sparì del tutto e le anfizionie si trasformarono in alleanze a carattere politico-militare. [Fonte: Wikipedia]

xxiii Mario Liverani, Antico Oriente. Storia, società, economia, 1991, pag. IX

xxiv Massimo Baldacci, Prima della Bibbia. Sulle tracce della religione arcaica del proto-Israele, Mondadori, 2000, pagg. 24-25

xxv Massimo Baldacci, Prima della Bibbia. Sulle tracce della religione arcaica del proto-Israele, Mondadori, 2000, pag. 77

 

xxvi Massimo Baldacci, Prima della Bibbia. Sulle tracce della religione arcaica del proto-Israele, Mondadori, 2000, pag. 77.

xxvii Mario Liverani, Antico Oriente. Storia, società, economia, 1991, pag. 683

xxviii Mario Liverani, Antico Oriente. Storia, società, economia, 1991, pag. 689-690

xxix Mario Liverani, Antico Oriente. Storia, società, economia, 1991, pag. 692

xxx Mario Liverani, Antico Oriente. Storia, società, economia, 1991, pag. 352-357