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Underground italiana

Gli anni gioiosamente ribelli della controcultura, 1964-1973


(Matteo Guarnaccia, shake edizioni, 2011)

Matteo Guarnaccia: Reginella 2008

Avviso ai lettori.

Quella che segue è essenzialmente una scheda bibliografica che ho pensato di compilare (lo faccio sempre con i libri che mi piacciono e mi interessano) e di mettere a disposizione dei lettori del blog sul sito di Mario Varini perché la pubblicazione di questo libro indica che il bisogno di ripensare gli anni della controcultura in Italia - e di trarne possibilmente delle indicazioni utili per affrontare meglio questo presente travagliato – non è solo mio, del mio amico Aldo e di qualche altro “pezzo d’antiquariato” (come me) che era giovane in quegli anni, ma che è avvertito anche da altri.
Scrive l’autore: “E’ solo in questi ultimi anni che –dopo un lungo periodo di rimozione – si registra un significativo fenomeno di rivalutazione (che specialmente nei giovani sconfina in una sorta di vero e proprio innamoramento, quando non addirittura di mitologizzazione). Sino a poco tempo fa l’intera faccenda veniva sbrigativamente liquidata sotto l’etichetta “frivolezze”, un insieme di eventi di scarso interesse socio-culturale di fronte alle “maschie” lotte politiche avvenute in quegli stessi anni, una fuga sconsiderata dalla “realtà” o al massimo una simpatica ricreazione prima di tornare a occuparsi delle cose serie. Il bilancio che se ne traeva era sostanzialmente negativo. Ma ora, dopo tre decadi, quegli anni ribelli, convulsi e gioiosi meritano una lettura diversa. Dopo tutto, proprio da quegli anni […] sono scaturite le libertà più reali di cui oggi tutti godiamo: emancipazione femminile, coscienza ecologica e ricerca spirituale.” (Underground Italiana, pag. 12).

Controcultura e main stream.

Ma perché la “cultura dominante” (la cultura delle classi dominanti, come si diceva negli anni ’70 e, negli ambienti marxisti, anche dopo), il main stream (come si dice oggi) teme ancora la controcultura? Ricordiamo la definizione che ne dà Wikipedia: “La controcultura degli anni 1960 si riferisce ad un movimento culturale che si sviluppò principalmente negli Stati Uniti e nel Regno Unito e che si diffuse nella gran parte del mondo occidentale tra il 1956 e il 1974 (Londra, Amsterdam, Parigi e Berlino Ovest). Il movimento guadagnò slancio durante l’escalation militare lanciata dal governo americano in Vietnam.” (Da http://en.wikipedia.org/wiki/counterculture_of_the_1960s )

Dice ancora Matteo Guarnaccia (autore di oltre venti saggi sulle controculture e le avanguardie artistiche): “Psichedelia e controcultura hippie scontano ancor oggi il peccato originale di non aver voluto seguire il copione ufficiale (persino i dadaisti, i futuristi e i surrealisti l’hanno fatto: “pazziare” badando però di mantenere sempre “quota periscopica” per non perdere di vista i critici, i recensori, i mercanti d’arte, i galleristi e i luoghi canonici della cultura). E’ stato un movimento esistenziale dotato, anche per i parametri odierni, di una forte componente eversiva; questo spiega la riluttanza da parte della cultura ufficiale nell’accettarlo.  (UI, pag. 12)

Dove risiede quella che Matteo Guarnaccia chiama la “forte componente eversiva” della controcultura?    
“Come in ogni insurrezione che si rispetti, si interveniva direttamente sul concetto stesso di Spazio, Tempo e Potere. Per quanto concerne lo Spazio, si abbandonarono gli angusti limiti della tridimensionalità in favore della multidimensionalità. Poi, a differenza dei comunardi parigini del 1870 – che sparavano a tutti gli orologi della città per rivendicare la propria indipendenza dalla Storia – gli insorti degli anni ’60 i loro orologi li hanno fatti letteralmente “squagliare”, come in un quadro di Dalì, dilatando a dismisura il concetto di Tempo. L’unica cosa che avevano da perdere non erano le proprie catene ma la testa. Di fronte al Potere, si cessò semplicemente di dar credito ai Controllori, gridando ai quattro venti  - come nella fiaba – che l’imperatore era nudo. Ci si era accorti che, benché tutto non fosse permesso, tutto era assolutamente possibile. La vita era molto più interessante, avventurosa e sacra di come la presentavano la scuola, la famiglia, la chiesa, la televisione, il partito o la pubblicità. Per un breve e fugace periodo, la priorità vitale non è stata più la lotta per l’accaparramento delle risorse o per la conquista del territorio, ma il desiderio di operare per l’evoluzione cosmica del pianeta. Il “contagio” psichico non ha risparmiato nessun paese, persino l’Italia ha visto le sue strade riempirsi di vagabondi del dharma.” (UI, pag. 10)

Scheda bibliografica

Il libro è frutto di oltre due anni di lavoro nel corso dei quali l’autore (Matteo Guarnaccia) ha realizzato “un centinaio di interviste a personaggi più o meno noti della scena underground italiana.”

Dalla dedica iniziale “Ad Angelo ‘Baby Face’ Quattrocchi”si capisce che “Underground italiana” fu pubblicato per la prima volta nel 2000 da Malatempora, la casa editrice di Angelo Quattrocchi, e che Matteo Guarnaccia scrisse il libro su proposta appunto di Angelo (lo chiamo così perché ai tempi lo conobbi personalmente e – a dispetto delle divergenze di pensiero o, forse, proprio, per quello - a me Angelo era proprio simpatico: una volta, che ero a Roma per lavoro, lo andai anche a trovare a casa sua a Trastevere, dove mi ricevette con grande senso dell’ospitalità e dell’amicizia).
Il libro viene ripubblicato nel 2011, riveduto e corretto, d’accordo con “gli amici della Shake, per onorare la memoria di Angelo che ci ha lasciati nel 2009”.
Il libro è così strutturato:
dedica ad Angelo Quattrocchi;
prefazione di Matteo Guarnaccia;
30 interviste a “personaggi più o meno noti della scena underground”;
11 schede di approfondimento tematico;
una sezione dedicata a “le riviste beat/hippie/under italiane 1965-1976” con schede sintetiche e foto di copertine (pag. 192-208);
appendice (che comprende “Scene di caccia in Bassa Europa”, una testimonianza diretta dell’attore cinematografico William Berger sulla repressione del sistema nei confronti del movimento underground;  “Guerriglia mistica: ovvero come sei freak geocentrici, mistici, zingari, androgini sono stati blindati e le loro successive avventure in Italia”, un articolo pubblicato sulla rivista underground “Oz” nel 1971; “Un disegno del futuro”, un articolo dell’architetto Ettore Sottsass, pubblicato sulla rivista del PCI, “Vie Nuove”, nel 1968).

Dalla sezione dedicata a “le riviste beat/hippie/under italiane 1965-1976”

La sezione dedicata a “le riviste beat/hippie/under italiane 1965-1976” non è un “censimento” delle riviste BHU dell’epoca perché è praticamente impossibile censire la miriade di pubblicazioni che fiorirono all’epoca, anche negli angoli più sperduti e remoti d’Italia, e per altri motivi che testimonia efficacemente l’autore del libro: “Ho lottato con archivisti pazzi e psycho-collezionisti. Ho consultato tonnellate di riviste in stato avanzato di decomposizione (e bollettini maleodoranti, fogliacci scandalistici e grigi fogli d’opinione) tenendo ben presente quello che mi ha insegnato l’amico Tjebbe van Tijen, responsabile del Centro di Documentazione dei Movimenti Sociali di Amsterdam: Spesso i movimenti conservano gelosamente come documentazione delle proprie azioni i ritagli dei giornali, dimenticandosi che si tratta solo del riflesso delle proprie azioni, così come queste vengono recepite dalla stampa borghese. Non ci si preoccupa di conservare l’azione in sé stessa, ma il resoconto che ce ne fanno gli altri. Negli archivi è raro trovare la reale registrazione degli eventi.”

Fatte queste debite avvertenze, merita segnalare che la sezione riporta le notizie essenziali di ben 122 tra riviste e numeri unici usciti in quegli anni. Tra queste, di seguito riporto le “schede” di “Bleu” e de “Le Streghe” di cui ho già ampiamente riferito in questo blog.

BLEU – Mantova, 1971, un numero. Giornale del Centro di cultura libertaria. Dall’anarchismo al situazionismo, via Simonetti. Titolo ispirato all’omonima rivista dadaista mantovana (1920). “Non separare la politica dalla trasformazione rivoluzionaria della vita quotidiana.” Come sberleffo alla legge italiana che impone un direttore responsabile a ogni giornale, giornalino, giornaletto o giornalino, tutti i redattori si dichiarano direttori. (UI, pag. 193)

LE STREGHE – Mantova, 1972, un numero. Post-situazionismo. Fumetti detournati, emancipazione femminile, potere consiliare. Stile simonettiano. (UI, pag. 207)

Alla fine

Alla fine di questo viaggio a ritroso nel tempo, negli anni “gioiosamente ribelli della controcultura”, mi piace ricordare l’aforisma che all’epoca ci ispirò il progetto di “Bleu” “Cambiare il mondo”, disse Marx; “Cambiare la vita”, disse Rimbaud; “Per noi” disse André Breton “è la stessa cosa”.
La lotta continua.

Dante Goffetti

Bergamo, domenica 29 gennaio 2012