Lo specchio e gli altri - invito per giovedì 19 ottobre
Appunti etnografici con la videocamera
Museo demologico “Giacomo Bergomi”
di Montichiari
Rassegna di video etnografici
5 - 12- 19 e 26 ottobre
ore 21
ingresso libero
Giovedì 19 ottobre 2006 al Museo Giacomo Bergomi di Montichiari (presso il Centro Fiera di quella città), con inizio alle ore 20,45 si terrà il terzo incontro della rassegna di video etnografici “Lo specchio e gli altri”. Ospite della serata la film-maker Rossella Schillaci, che presenterà il suo recente video “Pratica e maestria” girato in Lucania, sulle tracce di due anziani pifferai e zampognari zi’ Antonio e zi’ Francesco Forastiero, costruttori e suonatori di aerofoni tradizionali.
La serata sarà un’occasione rara per poter confrontare la “pratica e maestria” degli zampognari lucani (protagonisti del filmato della Schillaci) e quella degli zampognari della Franciacorta (in provincia di Brescia), i quali presenzieranno di persona all’iniziativa e offriranno un saggio dal vivo del loro repertorio musicale di folk revival.
Per introdurre alla serata, propongo qui di seguito due letture di ambientazione lucana, da me scelte, che in apparenza si contraddicono, tratte dal libro di Carlo Levi “Cristo si è fermato a Eboli” e dalle “Note lucane” dell’etnologo Ernesto De Martino. Il filmato di Rossella Schillaci, pur non menzionando direttamente questi due autori, continua sulle loro orme a rivisitare la Lucania e le sue tradizioni musicali.
Da Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli:
“Né il mattino quando partono per il lavoro, né il pomeriggio sotto il sole, né la sera nelle lunghe file nere che tornano, con gli asini e le capre, verso le case sul monte, nessuna voce rompe il silenzio della terra. Soltanto una volta avevo sentito, verso il Basento, il lamento di un flauto di canna, a cui un altro flauto rispondeva dalla collina di faccia: erano due pastori forestieri che andavano col gregge di paese in paese, e si richiamavano di lontano. I contadini non cantano.”
Da Ernesto De Martino, Note di Viaggio (sulla spedizione etnologica in Lucania condotta in équipe, sotto la guida di De Martino, nell’ottobre del 1952 su iniziativa del Centro etnologico italiano e con l’appoggio del Centro nazionale di studi di musica popolare presso l’Accademia di Santa Cecilia)
“Telefoniamo da Valsinni a Colobraro per sapere se è pronto uno zampognaro famoso di cui dobbiamo incidere i canti. Ci rispondono che è a nostra disposizione, e che non sta nei panni al pensiero di esibirsi per radio. È sera inoltrata quando il piccolo convoglio della spedizione entra in paese, avanzando lentamente per le sue strade strette e disselciate. Ci fermiamo in piazza, ma non si vede nessuno. Suoniamo il clakson. Quand’ecco che, ad un tratto, vediamo nel riquadro del finestrino della nostra auto due sopracciglia nere, folte e unite su una lunga faccia pallida e scavata: la sinistra tradizionale immagine dell’jettatore: -Dov’è lo zampognaro?- chiediamo. –Lo zampognaro è morto-, ci sussurra l’uomo dalle sopracciglia. –Morto?-. –Appena un’ora fa. Si aspetta la Legge-. Ci spiega poi come sono andate le cose. Lo zampognaro aveva trovato lavoro dopo un lungo periodo di disoccupazione, e per festeggiare l’evento si era ubriacato. Verso il tramonto, al termine della sua prima giornata di fatica, e dopo aver bevuto quel molto vino che ho detto, era salito sul camion con gli altri compagni, per tornare in paese. Portava con sé la sua zampogna, e durante il viaggio vi dava tanto fiato dentro a pieni polmoni, traendone antiche arie pastorali, che tutti accompagnavano col canto. Poi, mentre la gioia era al colmo, e lo zampognaro ritto sul camion dava fiato con lena raddoppiata alla zampogna, era bastato assai poco, un nonnulla, un sasso sulla strada, per mutare la scena di colpo: il camion fermo, lo zampognaro riverso nella polvere e i suoi compagni intorno, gridando.
Vorremmo registrare il lamento funebre per la morte dello zampognaro. Mi sono recato stamattina a casa del morto, e ho trovato le donne che piangono in metro, attorno alla bara…”
Insomma, né a Levi né a De Martino capitò mai di udire il mitico suono delle tradizionali zampogne lucane. Al loro posto essi riuscirono a cogliere solo l’eco di un lamento di flauti di pastori suonati in riva al Basento o lo straziante pianto funebre intonato dalla moglie dello zampognaro morto e delle prefiche di Colobraro che vegliavano la salma.
Chi verrà al Museo di Montichiari giovedì sera apra bene le orecchie, che vi potrà udire suoni mai uditi da altri.
Vi aspettiamo numerosi.
Conrad





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